Chi vuole informare la sua vita
interiore alle parole di Gesù: “Chi mi vuole seguire rinneghi se stesso e mi
segua” (Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 22,34), non trova difficoltà a comprendere la
necessità dell’espiazione per i peccati.
Gesù ha espiato, per tutti, i peccati presenti, passati e
futuri; solo lui poteva offrire la soddisfazione di valore infinito che ci ha
aperto i cieli. Noi non avremmo mai potuto offrire a Dio una soddisfazione
adatta per sanare i nostri peccati.
Dio ci ha perdonato tutto in
Cristo, tuttavia vuole la nostra parte di espiazione. Non vi rinuncia: in essa
vi è profonda consapevolezza del male fatto, desiderio di ripararvi, immenso
slancio d’amore verso colui che ci ha salvati; in essa c’è domanda che altri
-tutti- giungano alla liberazione dal peccato, all’incontro d’amore con Dio.
Nella costituzione apostolica “Indulgentiarium
doctrina” di Paolo VI, si legge al n°5: “Seguendo le orme di Cristo, i
fedeli cristiani sempre si sono sforzati di aiutarsi vicendevolmente nella via
che va al Padre celeste, mediante la preghiera, lo scambio di beni spirituali e
l’espiazione penitenziale; più erano animati dal fervore della carità, tanto
maggiormente imitavano Cristo sofferente, portando la propria croce in espiazione
dei propri e degli altrui peccati,
persuasi di poter aiutare i loro fratelli presso Dio, Padre delle misericordie,
a conseguire la propria salvezza".
Se non si accoglie nella propria
vita spirituale la necessità dell’espiazione, si avrà solo una vita cristiana
che poggia sulla sabbia.
Il grande nutrimento del
cristiano, all’espiazione, è la Messa. Le parole della consacrazione sono un
annuncio perenne della necessità dell’espiazione. Le parole “fate questo in
memoria di me” sono invito perenne a considerare la passione di Cristo, per
essere da essa accesi all’amore a Dio, all’adorazione, alla lode, al
ringraziamento, all’implorazione, all’espiazione.
Se un’anima scarta la realtà
dell’espiazione, non può avere una vera conoscenza di Cristo. Gesù non è
soltanto il Figlio di Dio, colui che fa miracoli, colui che affascina le folle,
colui che denuncia i vizi, colui che promette il cielo; ma è anche colui che
espia, che muore per i peccati del mondo. E’ colui che è stato abbandonato dal
Padre alla congiura degli uomini perché nell’orrore dell’ora delle tenebre egli
gli offrisse un amore senza limiti, un amore siglato dal sangue.
Un’ anima che comprende
l’espiazione è vicina a Cristo e sta seguendo Cristo. Essa dona a Dio, in
Cristo redentore, un amore reso vero dalla penitenza, dall’espiazione.
Anche nell’ora attuale, come per
il passato, la Chiesa invita alla penitenza. Nella costituzione apostolica “Paenitemini”
si legge: “Nel periodo del Concilio, infatti, la Chiesa, nello sforzo di
meditare più profondamente il suo stesso mistero, ha esaminato la sua propria
natura in tutta la sua dimensione, e ne ha scrutato gli elementi umani e
divini, visibili e invisibili, temporali ed eterni. Approfondendo anzitutto il
legame che la unisce a Cristo e alla sua azione salvifica, ha maggiormente
sottolineato come tutte le sue membra siano chiamate a partecipare all’opera di
Cristo, a partecipare quindi alla sua espiazione”.
Opera di espiazione che si trova
nei vangeli è il digiuno. Gesù andò nel deserto a digiunare. Gesù parlò di
digiuno: “Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora
digiuneranno” (Mt 9,15; Mc
2,20; Lc 5,35).
Ecco, se seguendo l’esempio di
Gesù facciamo le astinenze, i digiuni che la Chiesa ci dice di fare in certi
momenti dell’anno, noi facciamo dell’espiazione. L'altra opera di espiazione
praticata da Gesù sono le veglie notturne. Nel Vangelo di Luca, si legge: “
In quei giorni Gesù se ne andò sulla montagna a pregare e passò la notte in
orazione” (Lc 6,12).
Il vegliare è opera penitenziale,
perché è sacrificio del sonno, delle comodità. La veglia, poi, ha anche il
significato di vigilare, di essere pellegrini e forestieri in questo mondo, di
attendere la venuta del Signore.
Tante volte si crede che il lavoro
quotidiano basti e che non sia proprio necessario ritardare il sonno per
attendere alla preghiera; ma il Vangelo non ci invita a questo pensiero. Certo,
chi lavora di lavoro faticoso, ha famiglia e preoccupazioni, non può passare
notti intere in preghiera; tuttavia potrebbe fare una volta alla settimana
l’Ora santa, cioè un’ora di adorazione in compagnia di Gesù nell’orto del
Getsemani; e questo anche nella propria casa.
Le opere di penitenza, di
espiazione, vivono dell’amore che in esse si esprime. Non è l’espiazione che
genera l’amore, ma è l’amore che spinge all’espiazione, e l’amore cresce
nell’espiazione.
Il cristiano ha un cuore per amare
e un corpo per patire le difficoltà della fatica, del freddo, del digiuno,
della malattia, del martirio. Non che il cristiano abbia una visione
pessimistica del corpo, che anzi cerca di dargli -nella sobrietà- ciò che gli
abbisogna; ma non gli evita fatiche e scomodità, ed è pronto a farne olocausto
con l’aiuto della grazia.
Gli angeli hanno una natura di
poco superiore agli uomini, come si legge nel salmo 8: “L’hai
fatto poco meno degli angeli”; ciò per il fatto che essi sono solo spirito.
Gli uomini sono inferiori per il corpo; tuttavia, il corpo dà all’uomo un onore
non conosciuto dagli angeli: quello di essere collaboratore con il Creatore
nella nascita di altri uomini. Il corpo è poi nell’attuale condizione ereditata
da Adamo, occasione di merito, perché esso va dominato con la virtù. Gli angeli
non hanno un corpo contro cui lottare; gli angeli non hanno un corpo da offrire
in olocausto come fece Cristo, e come hanno fatto -in Cristo- i grandi santi,
che in tal modo -lo si può dire- sono arrivati ad avere nella gloria del cielo
altezze di unione con Dio addirittura superiori a quelle degli angeli. Certo,
nel piano primitivo del paradiso terrestre, ciò mai sarebbe stato raggiunto; ma
ora, in Cristo crocefisso, questo è possibile.
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