1° GIORNO

I CIELI NARRANO LA GLORIA DI DIO

 

 

L’insieme delle stelle, delle nebulose, dei pianeti, dei continenti, delle montagne e dei mari, viene designato coi termini “cosmo” e “universo”.

Cosmo e universo sono due parole antichissime, che significano: cosmo = ordine, armonia (dal greco kòsmos); universo = verso l’uno (dal latino versum unum).

Il tendere “ad unum” delle cose è una realtà che da sempre è stata vista dagli uomini, e sempre li ha impressionati e invitati a salire ad un “unum” personale, quale causa di tutto.

Le stelle scaturiscono dagli ammassi gassosi delle nebulose, i pianeti da masse gassose incandescenti; tutto, nell’universo, è in un continuo divenire; e non si ha un eterno ritorno, un ciclo perpetuo, che riporti l’universo alle condizioni da cui è partito.

Questo divenire grida l’esistenza di un inizio, di un punto zero delle cose e del tempo, prima del quale nulla c’era. Esso grida a gran voce l’esistenza di un Essere immutabile ed eterno, da cui tutto è divenuto per creazione dal nulla; di un Essere che ha la pienezza dell’essere; di un Essere infinito che trascende ogni cosa.

Ogni cosa, nell’universo, ha la sua finalità e parla di un Ordinatore intelligente e onnipotente.

Inviti incessanti giungono alla mente dell’uomo dalle cose del kòsmos, dall’universum: inviti a salire al loro creatore, a Dio.

Un animo attento, amante di momenti di silenzio, di riflessione, non può non udire tale invito delle cose; così che è facilissimo arrivare a Dio. Facilissimo, perché l’uomo è una creatura di Dio, fatta a sua immagine, così che ha in se stessa una tensione verso la fonte da cui scaturisce.

S. Paolo, nella lettera ai Romani, dice che gli uomini che non sono giunti a riconoscere il Creatore e ad amarlo sono inescusabili. Così dice: "Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute. Essi dunque non hanno alcun motivo di scusa perché, pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio” (Rm 1,19ss).

Il Concilio Vaticano II, nella costituzione “Dei verbum”, al n.6 dice: “Il Sacro Sinodo professa che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della umana ragione dalle cose create”. (Il lume naturale della ragione invece non può giungere al mistero trinitario, che è un dato rivelato).

Nella “Gaudium et spes », al n.21, viene detto che  «le dottrine atee e le azioni conseguenti contrastano con la ragione e con l’esperienza comune degli uomini”.

La Scrittura, con nessuna volontà di invitare ad offendere, definisce colui che può vedere e non vuole  vedere, che può udire e non vuole udire, che può capire e non vuole capire, con il termine “stolto”. Il salmo 13,1 dice: “Lo stolto pensa: Dio non c’è ”; così pure il salmo 52,2Lo stolto pensa: Dio non c'è”.

Colui che fa male i suoi conti, pur potendoli far bene, cerca di elaborare argomenti per rimanere nella sua cecità. Ma argomenti validi non ne ha; allora ricorre ai cavilli, e dice che i fenomeni dell’universo si svolgono nel “caso”. Tale affermazione è però subito contraddetta dall’esperienza scientifica e della comune osservazione: tutto afferma che un supremo Architetto c’è stato.

Egli, come dice la Bibbia con la sua ricchezza, ha creato prima dal nulla il “caos”, la materia informe, con gli elementi in urto, in esplosione, in confusione; poi, con la sua potenza, ha realizzato dal “caos” opere sempre più mirabili. Colui che fa male i suoi conti, vedendo bene che la sua illazione sul “caso” non regge in nessun modo e in nessun tipo di acuta formulazione, tenta altra via, dicendo che la materia è stata capace da sola di organizzare gli strati di perfezione che culminano nell’uomo, che la Bibbia presenta nel quadro di sei giorni, che sono sei giornate divine.

La perfezione dei viventi, che rimane continuamente stupefacente ad ogni indagine, non sarebbe altro che il risultato di una intima necessità della materia. Tutto ciò egli non lo pensa a cuor leggero, sapendo che, nonostante tutti i più sofisticati esperimenti, per produrre la vita in laboratorio, gli sperimentatori si sono dovuti fermare alla sintesi di alcuni aminoacidi di tipo semplicissimo. Ma da un aminoacido a una proteina la distanza da percorrere è immensa, e una proteina non è ancora vita.

Scariche elettriche, temperature varie, raggi ultravioletti e ultrarossi, gas, fanghi e polveri varie, liquidi vari, non hanno dato la vita. Colui che fa male i suoi conti alla fine, sorprendentemente, non risulta un ateo, ma un idolatra. Il suo dio è la materia, dal momento che egli la divinizza rendendola l’assoluto.

Così, dopo tanto sforzo per negare Dio, si trova nel triste quadro tracciato dal libro della Sapienza: “Dai beni visibili non furono capaci di riconoscere colui che è, né, esaminandone le opere, riconobbero l'artefice. Ma o il fuoco o il vento o l’aria veloce, la volta stellata o l’acqua impetuosa o le luci del cielo essi considerarono come dei, reggitori del mondo” (Sap 13,1ss).

Colui, invece, che ascolta il linguaggio delle cose con umiltà e sincero desiderio del Vero, nella disposizione a unirsi ad esso, non può non arrivare a dire con ferma fede le parole del  salmo 18,2-5

 

I cieli narrano la gloria di Dio,

e l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.

Il giorno al giorno ne affida il racconto

e la notte alla notte ne trasmette notizia.

Senza linguaggio, senza parole,

senza che si oda la loro voce,

per tutta la terra si diffonde il loro annuncio

e ai confini del mondo il loro messaggio”.

 


Preghiera a Maria

 

Vergine Maria, tu che hai dato carne a colui che era fin da principio, a colui per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose, concedi agli uomini di questo tempo, così presi dal ritmo di una vita che rischia di estinguere tempi di riflessione e di raccoglimento, di ascoltare e di aderire alla voce delle cose che grida l’esistenza di Dio. Donaci, Maria, la capacità di vedere con gioia, nel creato, il riflesso dell’amore di Dio. Donaci la capacità di gioire delle albe, dei tramonti, del firmamento, del fruscio degli alberi, dell’impetuosità del vento, dello scrosciare della pioggia, del calore del fuoco, del brillio di una goccia, del candore della neve, in un salire continuo a Dio, in un volerlo amare fino in fondo, abbracciando ogni parola di colui che, per mezzo di te, è venuto nel tempo, Gesù, per mezzo del quale noi saliamo al Padre, nel vincolo d’amore dello Spirito Santo.

 

Recita del rosario