Poteva Dio impedire al serpente infernale di introdursi
nel paradiso terrestre a tentare l’uomo? Certamente. Ma bisogna non cadere,
mentre si dice ciò, nel pensiero che Dio volesse procurare del male ad Adamo e
ad Eva permettendo la tentazione.
Ecco, la tentazione in se stessa non è un male; essa crea
una condizione di scelta intensa di Dio, nel rifiuto di tutto ciò che è
difforme da lui; perciò il male sta nel cedere alla tentazione.
La tentazione ha molti nomi: lussuria, invidia, furto,
eresia, disperazione, scoraggiamento …; essa si presenta in attacchi sempre più
insidiosi, ma non può abbattere l’uomo che crede nell’amore di Dio e a Dio
rimane unito nell’osservanza dei suoi comandamenti. Le tentazioni non sono mai
superiori alle capacità di vittoria di un uomo in Cristo. Così dice S. Paolo,
nella lettera ai Corinzi: “Dio infatti è degno di fede e non permetterà che siate tentati
oltre le vostre forze, ma, insieme con la tentazione, vi darà anche il modo di
uscirne per poterla sostenere” (1Cor 10,13). Una tentazione ha successo solo se
c’è un misconoscimento dell’amore di Dio; infatti, chi dubita dell’amore di Dio
non ascolta la sua parola e non stima il suo aiuto.
Satana, così, con ogni cura, cerca di insinuare nel cuore
degli uomini dubbi circa l’amore di Dio, perché sa che dopo sarà facile
vincerli. Egli, l’Odio, fomenta nella storia situazioni di male; vuole che nel
mondo ci sia orrore, inimicizia, morte, delitto, guerra, perché può insinuare
nelle masse che Dio è distante, che Dio non si preoccupa, e così spingere gli
uomini nel male.
Ma il male non viene da Dio, e gli uomini sanno questo e
possono saperlo, e non hanno nessuna ragione di pensare il contrario. Questo
modo di procedere del maligno lo si vede bene nel racconto del peccato
originale. Il Testo sacro presenta come Satana, con il tono di chi è preso da
meraviglia e sdegno per un’ingiustizia, disse ad Eva: “E’ vero che Dio ha
detto: <Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?>” (Gn 3,1). In queste
parole, c’è l’insinuazione che Dio si sia comportato in maniera ingiusta. Eva
non rigettò prontamente e fermamente l’insinuazione, ma incominciò a parlare
presentando ciò che aveva detto il Signore: “Dei frutti degli alberi del
giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al
giardino Dio ha detto: <Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare,
altrimenti morirete>” (Gn
3,2).
Satana potè così iniettare ulteriormente il suo veleno,
dicendo che il movente dell’ingiustizia di Dio era l’invidia. Dio non voleva
che essi fossero come lui: “Ma il serpente disse alla donna: <Non
morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i
vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male>” (Gn 3,4).
Satana presentò così Dio come un essere di cui non ci si
poteva fidare, come un antagonista invidioso da cui sottrarsi. Eva accolse il
dubbio e si trovò attratta dalla prospettiva di mangiare dell’albero, e decise
di compiere l’atto della disobbedienza, senza avere nessunissima ragione di
farlo. Il peccato non ha ragioni per essere compiuto.
Ma come può un uomo dubitare dell’amore di Dio? Egli,
come si legge nel Deuteronomio, “è un Dio fedele e senza malizia” (Dt
32,4); egli, come si legge nella prima lettera di Giovanni, “è luce e in lui
non c'è tenebra alcuna” (1Gv 1,5).
Come può, uno che ha conosciuto Cristo Gesù crocefisso,
dubitare dell’amore di Dio? Cristo Gesù, che è stato in mezzo a noi, che ha
vissuto la sua atroce passione per aderire a noi in ogni nostra sofferenza, per
perdonarci dinanzi al Padre, è il segno fulgidissimo dell’amore di Dio.
Per stoltissima cecità, un uomo può arrivare a non
considerare più la gravità del peccato dicendo: “Dio ci vuole bene e ci
perdona, possiamo perciò peccare”. Un tal uomo dice a parole di credere
nell’amore di Dio; ma in realtà non vi crede. La croce perde la sua intensità
d’amore nella mente di chi cade in questa illusione. Se quell’uomo, però, pensa
che sì Dio è misericordioso, ma che è anche infinitamente giusto, e che ha in
obbrobrio il peccato, si dovrà disilludere.
Nella croce di Cristo, dove risplende la misericordia di
Dio, si svela infatti anche la terribile gravità del peccato e le esigenze
della giustizia di Dio. Cristo è stato infatti la vittima di espiazione dei
nostri peccati, e nella croce vediamo, come dice S. Paolo nella prima lettera
ai Corinzi: “Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque
Dio nel vostro corpo!". (1Cor 6.20).
La morte di Cristo non è stata semplicemente il segno del rifiuto del suo
popolo; ma è stata decretata dal Padre. Il Padre volle questo, perché il dilettissimo Figlio che, secondo il suo volere, aveva amato gli uomini fino a
prendere su di sé il peso delle loro colpe, gli offrisse, a favore degli
stessi, una espiazione perfetta quale mai essi avrebbero potuto dare, e così offrire
ad ogni uomo la salvezza: l’evento croce contiene in sé una realtà che
abbraccia tutta la storia, ogni uomo.
Di fronte a tutto ciò, come si può misconoscere la
gravità del peccato?
Molti, è incredibile ma vero, vedendo come Dio ha
pazienza con loro, ne approfittano continuando a peccare. Costoro devono
leggere quanto dice il libro del Siracide:
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