Dio, creando
l’umanità, non ha fatto una serie di marionette manovrate con i fili, o dei
robot; ma degli uomini liberi, liberi di vivere in conformità al bene o al
male.
L’uomo non ha,
tuttavia, uguali rapporti col bene e col male; la sua libertà non è il potere
di scegliere, senza diversità di conseguenze, il bene e il male. Creato a
immagine di Dio, l’uomo ha in sé un orientamento al bene. Egli è un essere in
crescita spirituale, che tende al Sommo bene quale suo fine, che può possedere
solo per scelta: senza scelta, non sarebbe veramente suo; senza scelta, non vi
sarebbe incontro d’amore.
L’uomo è se stesso, si
sviluppa, si compie, donandosi a Dio; al contrario, negandosi, si deturpa.
Chi si dà come fine
solo se stesso, dice che non esiste Dio, non esiste la provvidenza; ma esiste
solo l’uomo, e l’uomo è bastante a se stesso.
Tutto quello che
l’uomo ha detto di Dio deve essere ricondotto all’uomo, perché Dio è una
creazione dell’uomo oppresso, una proiezione nel vuoto delle sue aspirazioni di
grandezze represse. La libertà così starebbe nel non pensare a Dio, nel
costruire una storia senza il pensiero di lui, nel proiettarsi in un orizzonte
roseo, nel quale si realizzerà sulla terra il sogno del giardino, e ciò in virtù
della negazione di Dio.
Lo svolgimento di una
simile impostazione, che oggi coinvolge milioni e milioni di persone, è però
tragico, perché il sogno del giardino dove non c’è dolore, dove non c’è
pensiero di morte, dove non ci sono limiti, ogni giorno sfuma di più; e tanto
più se ne sogna la realizzazione tanto più esso sfuma nella concretezza tragica
di una cultura della morte.
Se, a questo punto, un
uomo di fronte al progressivo fallimento, non rientra in se stesso e si apre a
Dio, che sempre aspetta l’uomo con la sua misericordia, con sprezzo rinuncerà
ad ogni pensiero sul sognato giardino; dirà che tutto è male, e punterà, nella
sua cecità di essere Dio, tutto sulla sua libertà di negarsi a Dio e, in quella
libertà, per quella libertà che è di per sé indistruttibile, si sentirà
esaltato da brividi satanici e depresso nello stesso tempo, schiacciato, come è
dato capire dalle pagine di molta letteratura contemporanea.
La nausea colma
quell’uomo -oggi sempre più frequente- e le sue ebbrezze stanno nel sentirsi
pioniere nei sentieri del male, nel falso alone di coraggio di chi non si
preoccupa delle conseguenze della sua scelta del male. In questo falso alone,
egli cerca l’ascendente sugli altri, per seminare la disperazione al bene.
Il mondo ateo
contemporaneo aveva incominciato il suo rifiuto del Vangelo incriminando il
cristianesimo di essere afflitto da tristezza, di avere una visione negativa
del presente; ma lo svolgimento delle sue premesse conducono l’uomo a una
tristezza che è morte. E’ vero che, nella seconda lettera ai Corinzi di S.
Paolo, si legge: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento
irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la
morte” (2Cor 7,10). Ma la tristezza secondo Dio, di cui parla S. Paolo, è
la reazione giusta ad una riprensione, ad una situazione fallimentare, per
propria colpa; è rientro in se stessi e ascolto della coscienza; è incontro con
Dio amore, con lacrime interiori per averlo offeso e volontà di espiare il male
fatto.
La tristezza che
conduce alla morte qual è? E’ insofferenza delle difficoltà, dei limiti; è lo
scontro interiore che si produce tra il voler godere tutto, di tutto, senza
freno, e il vuoto, la nausea, che inevitabilmente si produce.
Il cristiano conosce
la prima tristezza, ma non la seconda. Ne conosce poi un’altra, altissima nella
sua ragione, ed è il sentire dolore per le sventure altrui.
La tristezza cristiana
è aperta alla vera gioia, perché chi si dona a Dio possiede Dio; e la vera gioia
-non quella degli spensierati del mondo- rimane presente pur nelle croci,
perché esse non sono più croci senza Dio, ma croci con Cristo; croci che sono
occasioni d’amore a Dio, perché conducono a scegliere sempre più lui, che con
la sua grazia dà la capacità di vincere il mondo.
Dice S. Paolo nella
lettera ai Romani; “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori
grazie a colui che ci ha
amati” (Rm 8,37).
La tristezza cristiana
si apre alla preghiera, preghiera per sé, per la conversione dei peccatori, per
i bisogni degli uomini, per la pace tra le nazioni.
Il cristiano non
guarda pessimisticamente la terra: le cose sono buone e portano a Dio; il
pericolo non sta nelle cose, ma nel cuore. Il cristiano non guarda
pessimisticamente se stesso, solo si rinnega, per vincere orgoglio, egoismo,
sensualità, vanagloria, cioè ciò che lo allontana dall’unione con Dio e
dall’amore sincero ai fratelli. Il cristiano, benché sappia della fine del
mondo, non trascura di costruire una civiltà migliore, perché costruendo la
giustizia e la pace, esercita quella carità che portò Cristo a sanare i
lebbrosi e a dare il pane agli affamati.
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