6° GIORNO
NOI SIAMO PIU’ CHE VINCITORI

 

Dio, creando l’umanità, non ha fatto una serie di marionette manovrate con i fili, o dei robot; ma degli uomini liberi, liberi di vivere in conformità al bene o al male.

L’uomo non ha, tuttavia, uguali rapporti col bene e col male; la sua libertà non è il potere di scegliere, senza diversità di conseguenze, il bene e il male. Creato a immagine di Dio, l’uomo ha in sé un orientamento al bene. Egli è un essere in crescita spirituale, che tende al Sommo bene quale suo fine, che può possedere solo per scelta: senza scelta, non sarebbe veramente suo; senza scelta, non vi sarebbe incontro d’amore.

L’uomo è se stesso, si sviluppa, si compie, donandosi a Dio; al contrario, negandosi, si deturpa.

Chi si dà come fine solo se stesso, dice che non esiste Dio, non esiste la provvidenza; ma esiste solo l’uomo, e l’uomo è bastante a se stesso.

Tutto quello che l’uomo ha detto di Dio deve essere ricondotto all’uomo, perché Dio è una creazione dell’uomo oppresso, una proiezione nel vuoto delle sue aspirazioni di grandezze represse. La libertà così starebbe nel non pensare a Dio, nel costruire una storia senza il pensiero di lui, nel proiettarsi in un orizzonte roseo, nel quale si realizzerà sulla terra il sogno del giardino, e ciò in virtù della negazione di Dio.

Lo svolgimento di una simile impostazione, che oggi coinvolge milioni e milioni di persone, è però tragico, perché il sogno del giardino dove non c’è dolore, dove non c’è pensiero di morte, dove non ci sono limiti, ogni giorno sfuma di più; e tanto più se ne sogna la realizzazione tanto più esso sfuma nella concretezza tragica di una cultura della morte.

Se, a questo punto, un uomo di fronte al progressivo fallimento, non rientra in se stesso e si apre a Dio, che sempre aspetta l’uomo con la sua misericordia, con sprezzo rinuncerà ad ogni pensiero sul sognato giardino; dirà che tutto è male, e punterà, nella sua cecità di essere Dio, tutto sulla sua libertà di negarsi a Dio e, in quella libertà, per quella libertà che è di per sé indistruttibile, si sentirà esaltato da brividi satanici e depresso nello stesso tempo, schiacciato, come è dato capire dalle pagine di molta letteratura contemporanea.

La nausea colma quell’uomo -oggi sempre più frequente- e le sue ebbrezze stanno nel sentirsi pioniere nei sentieri del male, nel falso alone di coraggio di chi non si preoccupa delle conseguenze della sua scelta del male. In questo falso alone, egli cerca l’ascendente sugli altri, per seminare la disperazione al bene.

Il mondo ateo contemporaneo aveva incominciato il suo rifiuto del Vangelo incriminando il cristianesimo di essere afflitto da tristezza, di avere una visione negativa del presente; ma lo svolgimento delle sue premesse conducono l’uomo a una tristezza che è morte. E’ vero che, nella seconda lettera ai Corinzi di S. Paolo, si legge: “La tristezza secondo Dio produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte” (2Cor 7,10). Ma la tristezza secondo Dio, di cui parla S. Paolo, è la reazione giusta ad una riprensione, ad una situazione fallimentare, per propria colpa; è rientro in se stessi e ascolto della coscienza; è incontro con Dio amore, con lacrime interiori per averlo offeso e volontà di espiare il male fatto.

La tristezza che conduce alla morte qual è? E’ insofferenza delle difficoltà, dei limiti; è lo scontro interiore che si produce tra il voler godere tutto, di tutto, senza freno, e il vuoto, la nausea, che inevitabilmente si produce.

Il cristiano conosce la prima tristezza, ma non la seconda. Ne conosce poi un’altra, altissima nella sua ragione, ed è il sentire dolore per le sventure altrui.

La tristezza cristiana è aperta alla vera gioia, perché chi si dona a Dio possiede Dio; e la vera gioia -non quella degli spensierati del mondo- rimane presente pur nelle croci, perché esse non sono più croci senza Dio, ma croci con Cristo; croci che sono occasioni d’amore a Dio, perché conducono a scegliere sempre più lui, che con la sua grazia dà la capacità di vincere il mondo.

Dice S. Paolo nella lettera ai Romani; “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37).

La tristezza cristiana si apre alla preghiera, preghiera per sé, per la conversione dei peccatori, per i bisogni degli uomini, per la pace tra le nazioni.

Il cristiano non guarda pessimisticamente la terra: le cose sono buone e portano a Dio; il pericolo non sta nelle cose, ma nel cuore. Il cristiano non guarda pessimisticamente se stesso, solo si rinnega, per vincere orgoglio, egoismo, sensualità, vanagloria, cioè ciò che lo allontana dall’unione con Dio e dall’amore sincero ai fratelli. Il cristiano, benché sappia della fine del mondo, non trascura di costruire una civiltà migliore, perché costruendo la giustizia e la pace, esercita quella carità che portò Cristo a sanare i lebbrosi e a dare il pane agli affamati.

 

Preghiera a Maria

 

Vergine Maria, aiutaci a corrispondere all’amore di Dio, che ci ha chiamati a sé in Cristo Gesù. Aiutaci a far comprendere a chi è triste che una vita veramente cristiana ha in sé una gioia profonda.

Vergine Maria, madre di misericordia, prega Cristo Gesù, tuo figlio, affinché coloro che vogliono una civiltà del benessere senza Dio, di fronte al fallimento sappiano essere umili e aprirsi alla speranza del cielo

Aiutali, Vergine Maria, a superare l’ostacolo di pensare che il cristiano evada dalle sue responsabilità storiche, facendo loro capire che il cielo lo si raggiunge se si è fedeli al presente, se si rende il mondo migliore, secondo l’esempio che Cristo ci ha dato.

 

Recita del rosario