Il libro della Genesi presenta due
narrazioni -entrambe indispensabili- sull’opera della creazione. Nella prima,
l’uomo è presentato come creato quale ultima opera di Dio; nella seconda, viene
creato prima della creazione di un vastissimo giardino piantato in Eden: “Poi
il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente” (Gn 2,8). (Il termine Eden deriva
dall’accadico i-di-nu e significa “steppa”; in ebraico venne letto come
“delizie”).
Il primo racconto è esatto, dal
punto di vista strettamente storico, nel porre l’uomo come ultima opera; ma
vuol dire ben di più di una semplice storia: vuol dire che l’uomo è l’ultima
opera in quanto capolavoro di Dio, in quanto creatura fatta a sua immagine e
chiamata alla sua somiglianza, somiglianza che procede dalla grazia, che fu
subito concessa ai progenitori.
Prima dell’uomo, già specie e
specie di piante e di animali Dio aveva farro lungo le grandi ere definite
dalla paleontologia, e dopo l’uomo nessuna altra cosa fece. Le specie si erano
instaurate a partire dalla creazione di organismi piccoli, e ciò non per
autoevoluzione, ma per impulsi di creazione. Le specie poi si adattarono alla
varie condizioni ambientali, dando vita a varietà. Il passaggio da specie a
specie fu opera di Dio, e la paleontologia e la biologia nulla possono opporre
di oggettivo, di sperimentale, a questa visione. La Sapienza di Dio creò le
varie specie in mirabile equilibrio tra loro.
Lungo milioni e milioni di anni,
Dio si divertì a creare vari equilibri biologici di cui fecero parte i
dinosauri, gli altissimi alberi che ora giacciono come carbone nelle profondità
della terra. Poi, ancora, diede vita ad altri equilibri che fossero adatti
all’inserimento dell’uomo nella creazione. L’uomo non vide i dinosauri e le
altissime vegetazioni. Chi li vide allora? Li videro Dio e gli angeli.
Il secondo racconto - dai toni
volutamente popolari e simbolici - nel porre la creazione dell’uomo prima del
giardino, vuole indicare che sulla terra c’era per l’uomo una provvidenza
singolare di Dio: il giardino non è altro, infatti, che il simbolo di questa
provvidenza.
Al di là del linguaggio dei
simboli, si ha che la terra tutta era avvolta da una provvidenza che faceva sì
che essa fosse, tutta quanta, il “paradiso terrestre”. Così i terremoti
vi sarebbero sì stati, ma non avrebbero toccato l’uomo, perché controllati da
Dio; i vulcani avrebbero dato le loro colate di lava, le loro ceneri, le loro
esplosioni; ma non avrebbero colpito l’uomo. Il leone avrebbe afferrato le sue
prede; ma non avrebbe toccato l’uomo. Il serpente avrebbe morsicato, ma non
avrebbe toccato l’uomo. Le spine e i cardi avrebbero prosperato; ma anche le
piante da nutrimento avrebbero prosperato, dando abbondanza di nutrimento.
Il secondo racconto ci dice ancora
che l’uomo era esente, per doni di grazia chiamati “preternaturali”,
dalla morte, dalla concupiscenza, dal dolore -in particolare, la donna non
conosceva i dolori del parto- dalla malattia.
Quando l’uomo peccò, perse con la
grazia santificante, anche i doni preternaturali. Divenne soggetto alla morte,
al dolore, alla fatica, e non ebbe più attorno a sé “il giardino”.
Rimase negli uomini il “ricordo” di quel giardino, e coloro ce
continuarono a disobbedire a Dio, voltando le spalle al futuro di vittoria
della donna e della sua stirpe sul serpente, incessantemente pensarono di “entrarvi”
nuovamente, costruendone uno dove avrebbero potuto soddisfare ogni desiderio di
piacere in una vittoria contro Dio. Sogno, però, impossibile la cui
impossibilità è resa con queste parole della Bibbia: “Dio pose a oriente
del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per
custodire la via all’albero della vita” (Gn 3,24). I cherubini sono angeli: la fiamma della
spada folgorante è il segno della vittoria di Dio sugli uomini, che
ostinatamente si contrappongono a lui.
L’uomo vorrebbe addirittura
arrivare a eliminare la morte, cosa che è impossibile, e, allora, almeno
arrivare a eliminare il pensiero della morte: tutto ciò è però miseramente
illusorio in partenza.
I figli di Dio, nati in Cristo,
hanno lo sguardo rivolto al giorno nel quale entreranno nella gloria.
Essi non hanno inutili nostalgie
delle facili corone del paradiso terrestre, poiché sanno il grande onore, la
grandissima gloria, di avere quelle forti, gloriose, benché di spine, di
Cristo. Essi non anelano al perduto paradiso terrestre, ma attendono cieli
nuovi e terra nuova, dove avrà stabile dimora la giustizia, come si legge nella
seconda lettera di S. Pietro: “Il giorno del Signore verrà come un
ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore,
si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta (…) Noi
infatti,
secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei
quali abita la giustizia” (2Pt 3,10 ss).
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