4° GIORNO
IL SIGNORE PIANTO’ UN GIARDINO IN EDEN

 

Il libro della Genesi presenta due narrazioni -entrambe indispensabili- sull’opera della creazione. Nella prima, l’uomo è presentato come creato quale ultima opera di Dio; nella seconda, viene creato prima della creazione di un vastissimo giardino piantato in Eden: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente” (Gn 2,8). (Il termine Eden deriva dall’accadico i-di-nu e significa “steppa”; in ebraico venne letto come “delizie”).

Il primo racconto è esatto, dal punto di vista strettamente storico, nel porre l’uomo come ultima opera; ma vuol dire ben di più di una semplice storia: vuol dire che l’uomo è l’ultima opera in quanto capolavoro di Dio, in quanto creatura fatta a sua immagine e chiamata alla sua somiglianza, somiglianza che procede dalla grazia, che fu subito concessa ai progenitori.

Prima dell’uomo, già specie e specie di piante e di animali Dio aveva farro lungo le grandi ere definite dalla paleontologia, e dopo l’uomo nessuna altra cosa fece. Le specie si erano instaurate a partire dalla creazione di organismi piccoli, e ciò non per autoevoluzione, ma per impulsi di creazione. Le specie poi si adattarono alla varie condizioni ambientali, dando vita a varietà. Il passaggio da specie a specie fu opera di Dio, e la paleontologia e la biologia nulla possono opporre di oggettivo, di sperimentale, a questa visione. La Sapienza di Dio creò le varie specie in mirabile equilibrio tra loro.

Lungo milioni e milioni di anni, Dio si divertì a creare vari equilibri biologici di cui fecero parte i dinosauri, gli altissimi alberi che ora giacciono come carbone nelle profondità della terra. Poi, ancora, diede vita ad altri equilibri che fossero adatti all’inserimento dell’uomo nella creazione. L’uomo non vide i dinosauri e le altissime vegetazioni. Chi li vide allora? Li videro Dio e gli angeli.

Il secondo racconto - dai toni volutamente popolari e simbolici - nel porre la creazione dell’uomo prima del giardino, vuole indicare che sulla terra c’era per l’uomo una provvidenza singolare di Dio: il giardino non è altro, infatti, che il simbolo di questa provvidenza.

Al di là del linguaggio dei simboli, si ha che la terra tutta era avvolta da una provvidenza che faceva sì che essa fosse, tutta quanta, il “paradiso terrestre”. Così i terremoti vi sarebbero sì stati, ma non avrebbero toccato l’uomo, perché controllati da Dio; i vulcani avrebbero dato le loro colate di lava, le loro ceneri, le loro esplosioni; ma non avrebbero colpito l’uomo. Il leone avrebbe afferrato le sue prede; ma non avrebbe toccato l’uomo. Il serpente avrebbe morsicato, ma non avrebbe toccato l’uomo. Le spine e i cardi avrebbero prosperato; ma anche le piante da nutrimento avrebbero prosperato, dando abbondanza di nutrimento.

Il secondo racconto ci dice ancora che l’uomo era esente, per doni di grazia chiamati “preternaturali”, dalla morte, dalla concupiscenza, dal dolore -in particolare, la donna non conosceva i dolori del parto- dalla malattia.

Quando l’uomo peccò, perse con la grazia santificante, anche i doni preternaturali. Divenne soggetto alla morte, al dolore, alla fatica, e non ebbe più attorno a sé “il giardino”. Rimase negli uomini il “ricordo” di quel giardino, e coloro ce continuarono a disobbedire a Dio, voltando le spalle al futuro di vittoria della donna e della sua stirpe sul serpente, incessantemente pensarono di “entrarvi” nuovamente, costruendone uno dove avrebbero potuto soddisfare ogni desiderio di piacere in una vittoria contro Dio. Sogno, però, impossibile la cui impossibilità è resa con queste parole della Bibbia: “Dio pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita” (Gn 3,24). I cherubini sono angeli: la fiamma della spada folgorante è il segno della vittoria di Dio sugli uomini, che ostinatamente si contrappongono a lui.

L’uomo vorrebbe addirittura arrivare a eliminare la morte, cosa che è impossibile, e, allora, almeno arrivare a eliminare il pensiero della morte: tutto ciò è però miseramente illusorio in partenza.

I figli di Dio, nati in Cristo, hanno lo sguardo rivolto al giorno nel quale entreranno nella gloria.

Essi non hanno inutili nostalgie delle facili corone del paradiso terrestre, poiché sanno il grande onore, la grandissima gloria, di avere quelle forti, gloriose, benché di spine, di Cristo. Essi non anelano al perduto paradiso terrestre, ma attendono cieli nuovi e terra nuova, dove avrà stabile dimora la giustizia, come si legge nella seconda lettera di S. Pietro: “Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta (…) Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,10 ss).

 

Preghiera a Maria

 

Vergine Maia, concedici di avere sempre lo sguardo rivolto alle realtà eterne, in modo da poter vivere con frutto il nostro presente. Aiutaci ad accettare gioiosamente le corone di spine che Cristo ci propone; aiutaci a non nutrire vane nostalgie dell’antico paradiso, ma ad essere sempre pellegrini in cammino con Cristo verso il cielo.

Aiuta gli uomini a comprendere che il dolore e la morte sono entrati nel mondo  causa del peccato e non hanno origine da Dio, che aveva donato all’uomo ogni bene. Aiutali a vedere la vita quale è realmente, cioè una meravigliosa avventura d’amore con Dio e con i fratelli.

 

Recita del rosario