Gesù, un giorno, disse ai
discepoli: “Pregando, poi, non sprecate le parole come i pagani, i quali
credono di venire esauditi a forza di parole. Non siate dunque come loro,
perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancora prima che gliele
chiediate” (Mt 6,7).
Non solo i pagani si rivolgevano
ai loro dèi moltiplicando le parole nell’intenzione di “informarli” dei
loro bisogni, perché essi pensavano che gli dèi fossero lontani e disattenti; ma
anche molti in Israele facevano lo stesso con Dio. Anche tanti cristiani fanno
lo stesso.
Alla base di questo modo di fare,
sta una sfiducia nella bontà di Dio, per cui lo si crede disattento. Il Padre,
però -ci dice Gesù- conosce i bisogni degli uomini. Dio è onnisciente e Gesù
dicendo “Padre vostro” dice che egli è attento a noi, per l’infinito
amore che ci porta. Dio quindi conosce i nostri bisogni. Pensiamo per un attimo
che cosa accadrebbe se Dio ci desse ogni cosa senza preghiera; ecco, noi
penseremmo che quello che ci viene dato ci è dovuto; penseremmo che Dio è
costretto a darci, e così ci rivolgeremmo a lui non amandolo come Padre, ma
nella pretesa, nella chiusura, nell’egoismo. Il rapporto tra il Padre e noi è
un rapporto d’amore, così che egli vuole che lo riconosciamo infinitamente
buono, e nello stesso tempo che noi siamo bisognosi, e, in effetti,
grandissimamente lo siamo.
Punti cardine della preghiera sono
il riconoscimento dell’amore di Dio e il riconoscimento della nostra pochezza.
Noi uomini, per le conseguenze del
peccato originale, dobbiamo vincere l’inclinazione di attribuire a Dio delle
imperfezioni, e, viceversa, attribuire a noi delle perfezioni che non abbiamo.
Moli non contrastano questa tendenza, e allora si comprende come in essi non vi
sia la preghiera; essi credono Dio duro e lontano, e credono se stessi
autosufficienti; salvo quando una qualche disgrazia li tocca, e allora si
riconoscono bisognosi. Ora, quando un uomo riconosce a Dio le sue perfezioni,
prima di tutto il suo sommo amore, e a sé i limiti e le imperfezioni,
quest’uomo incomincia a pregare. E non basta riconoscere ciò genericamente,
bisogna sapere quali sono i veri nostri bisogni.
Molti, sotto la spinta delle
sventure, pregano; ma poi, finita la sventura, cessano di pregare: cessano di
pregare perché, secondo loro, non hanno più bisogno. Ci sono invece delle
persone che pregano sempre con fervore, perché hanno scoperto un bisogno che
sempre le accompagna: quello di essere di Dio, quello di crescere nell’amore a
lui, quello di crescere nell’amore del prossimo, quello di estendere l’amore di
Dio alle anime. Chi ha questo bisogno, che è il vero bisogno di un’anima -il
più forte di tutti- prega sempre.
Chi prega deve voler fare la
volontà di Dio, deve essere obbediente a lui; Gesù che è il supremo obbediente
al Padre, non è solo colui che ci ha insegnato il Padre Nostro, ma è colui che
ci ha mostrato in quale linea di vita si dice in verità il Padre Nostro.
Gesù (Gv 4,23) ci ha detto che il
Padre vuole adoratori che lo adorino in “spirito e verità”. In spirito,
cioè con un’anima in grazia, con un’anima che abbia accolto i doni dello
Spirito; in verità, cioè nell’obbedienza alle parole del Vangelo e all’esempio
di vita di Cristo.
Il Padre Nostro è preghiera che va
detta in Cristo, ed è per questo che nella Messa viene detto dall’assemblea
dopo il “Con Cristo, per Cristo, in Cristo…”. Ma ecco, un’anima è
pienamente in Cristo quando ha accolto nella sua vita Maria.
Gesù ci ha invitati ad entrare nel
chiuso della stanza e lì a pregare il Padre: “Tu invece, quando preghi,
entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il
Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà” (Mt 6,6).
Gesù vuole pure che si preghi con
i fratelli: “In verità vi dico ancora, se due di Voi sopra la terra
si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve
la concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sarò in mezzo
a loro” (Mt 18,19). Il massimo momento di preghiera comunitaria è la Messa.
La preghiera di deserto (nel chiuso della stanza) è indispensabile per vivere
poi la preghiera comunitaria. Chi trascura la preghiera del deserto non può
vivere autenticamente la preghiera comunitaria: o ostenterà, o rimarrà
distratto.
Non c’è niente di peggiore, nella
preghiera, dell’avarizia: chi prega solo per sé, per i parenti e amici e non va
oltre, ha una preghiera non gradita a Dio. Dio non ama l’egoismo.
Chi prega avendo dell’astio nel
cuore verso qualcuno, non ha una preghiera gradita a Dio. Gesù ha detto: “Se
dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha
qualcosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’alare e và prima a
riconciliarti con il tuo fratello, e poi torna ad offrire il tuo dono” (Mt
5,23; Mc 11,25).
La preghiera del Padre Nostro non
può essere detta da un cuore che non è riconciliato con i fratelli, perché in
esso si dice: “rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori”.
L’amore verso il prossimo vuole
che si amino tutti. In verità, o si amano tutti, o non si ama nessuno.
Certe volte si è vicino a persone
che torturano con parole velenose, che fanno di tutto per ferire, che logorano
continuamente i punti di intesa e di avvicinamento. In questo caso, sembrerebbe
tutto inutile e che ci si dovesse chiudere in un legittimo risentimento; ma non
è così, perché resta la preghiera. Si è rifiutati, si è messi in croce; ma la
croce non impedisce la preghiera; la croce la esalta, la fa diventare perfetta,
sublime.
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