16° GIORNO
DIO MIO, DIO MIO, PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO?

 

Non poteva mancare su quella cima consacrata alla morte -il cui nome è Golgota secondo l’aramaico, Calvario secondo il latino, ma in entrambi i casi significante cranio- la Madre di Gesù. Per tutta la vita Maria era stata preparata per quell’appuntamento con la morte del Figlio. Gesù aveva annunziato tre volte che avrebbe patito un’amara passione, e, nel terzo annuncio, disse chiaramente che sarebbe stato, oltre che flagellato, crocefisso (Mt 20,19). I discepoli lasciavano cadere nel vuoto quelle parole ed evitavano, per paura, di fare a Gesù delle domande al proposito. Maria, che certamente seppe quegli annunzi, li capì in tutta la loro terribile realtà. Per quanto avesse pensato al futuro del Figlio, mai era giunta a pensare che sarebbe morto della morte più terribile e infamante: la morte di croce, morte riservata da Roma agli schiavi, ai ribelli e ai delinquenti.

La spada del dolore annunciata da Simeone le si rivelò terribile e affilata oltre ogni sua immaginazione.

Maria andò col pensiero alla grotta della natività; ricordò tutte le dolcezze, le meraviglie che Dio aveva operato in lei. Non dimenticava i benefici di Dio e nel momento del soffrire li ricordava, non per spasimare nel contrasto, ma per credere ancora di più, immensamente di più, nell’amore perfettissimo, assoluto di Dio. Molte volte, moltissime volte, Maria recitò il salmo 102, dove pregando si dice:

  Benedici il Signore, anima mia,
quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia,
non dimenticare tanti suoi benefici
”.
 

Certamente fece sue queste parole, che sono così in parallelo con quelle che le uscirono dal cuore nel Magnificat, e la sostennero. Quando i discepoli, storditi e sbalorditi dagli eventi della condanna a morte di Gesù, si rifugiarono chi in un luogo chi in un altro, Giovanni andò dalla Madre, che era a Gerusalemme con il gruppo delle donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea per “servirlo”. Esse lo “servirono” avvicinando le donne ebree, per annunziare loro la presenza del Messia.

Un regime epidemico di sospetto alla tresca e all’adulterio faceva sì che le donne non potessero essere facilmente avvicinate dai discepoli, e così si rendesse necessario quel gruppo di donne galilee, che “servivano Gesù” preparando la strada al contatto con lui e con i discepoli. La decisione di salire sul Golgota, Giovanni la prese dalla decisione della Madre. Maria andò lassù: andò lassù, non per essere spettatrice, ma protagonista; non solo per confortare il Figlio, ma per soffrire con lui. Era la vigilia di un sabato, il 14 di nisan, che era il settimo mese del calendario ebraico. Era circa l’ora terza quando lo crocifissero: l’ora terza è il nostro mezzogiorno.

Il sole accecante di quell’ora, che aveva colpito Gesù lungo il tragitto doloroso (doloroso, perché era già stato crudelmente flagellato; doloroso, perché su di lui gravava il peso della croce; doloroso per gli insulti) scompariva sotto un cumulo di nubi che rendevano sempre più buia ogni cosa. Gesù venne fissato alla croce con chiodi e non con legature di corde, come a volte avveniva. L’episodio dell’incredulità di S. Tommaso ce ne dà precisa notizia: Tommaso voleva mettere il dito nel buco dei chiodi. I chiodi vennero infissi nei polsi, come si ricava dal documento dell’uomo della Sindone, che proviene con certezza dalla Palestina. La chiodatura ai polsi aveva lo scopo di impedire che il crocefisso si staccasse dalla croce per lacerazione dei fori. I crocefissi venivano denudati completamente, ma i giudei avevano ottenuto che rimanessero vestiti lungo il cammino al supplizio e avessero un perizoma sulla croce.

I contemporanei, i romani, definivano la crocefissione il supplizio più tetro e orribile.

Gesù rimase in croce dall’ora terza all’ora sesta (le nostre tre pomeridiane). Maria, per tutto quel tempo, restò sempre presente, attanagliata da un dolore immenso, senza confine. Colui chela Scrittura definiva con precisione profetica “il più bello fra i figli dell’uomo” (Ps 44), per la flagellazione, la crocefissione, le pietre che gli erano state lanciate, la corona di spine, la polvere e le contusioni avute nelle cadute, non aveva più “né apparenza né bellezza” (cfr. Is. 53,2).

Dopo che i soldati tirarono a sorte la veste di Gesù, Gesù si rivolse a lei: “Donna, ecco il tuo figlio”;  poi si rivolse a Giovanni: “Ecco tua Madre” (Gv. 19,26).

Dopo aver donato tutto agli uomini, anche la sua santissima Madre, il dolore lo attanagliò ancor di più: il silenzio del cielo, la consapevolezza che per milioni e per milioni di uomini la sua morte sarebbe stata vana perché avrebbero rifiutato l’infinito dono della redenzione, lo stritolava, lo consumava.

Un salmo affiorò sulle sue labbra, il salmo 21: è un salmo di sofferenza e di apertura a Dio nello stesso tempo. Pronunciò solo i primi versetti, poi non ebbe più la forza di muovere le labbra. Disse solo: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato…”.

Di lì a qualche minuto, emise un alto grido e spirò.

 
Preghiera a Maria  

Vergine Maria, tu che hai saputo ricordare sempre i benefici di Dio, aiutaci a non dimenticarli nel momento del dolore, in modo che, fermi nell’amore di Dio, non cadiamo in smarrimenti. Tu che sei stata accanto a Gesù sul Calvario, sii sempre accanto a noi, con il tuo soccorso, nell’ora del dolore.  

Recita del rosario