Non poteva mancare su quella cima consacrata alla morte
-il cui nome è Golgota secondo l’aramaico, Calvario secondo il latino, ma in
entrambi i casi significante cranio- la Madre di Gesù. Per tutta la vita Maria
era stata preparata per quell’appuntamento con la morte del Figlio. Gesù aveva
annunziato tre volte che avrebbe patito un’amara passione, e, nel terzo
annuncio, disse chiaramente che sarebbe stato, oltre che flagellato, crocefisso
(Mt 20,19). I discepoli lasciavano cadere nel vuoto quelle parole ed evitavano,
per paura, di fare a Gesù delle domande al proposito. Maria, che certamente
seppe quegli annunzi, li capì in tutta la loro terribile realtà. Per quanto
avesse pensato al futuro del Figlio, mai era giunta a pensare che sarebbe morto
della morte più terribile e infamante: la morte di croce, morte riservata da
Roma agli schiavi, ai ribelli e ai delinquenti.
La spada del dolore annunciata da Simeone le si rivelò
terribile e affilata oltre ogni sua immaginazione.
Maria andò col pensiero alla grotta della natività;
ricordò tutte le dolcezze, le meraviglie che Dio aveva operato in lei. Non
dimenticava i benefici di Dio e nel momento del soffrire li ricordava, non per
spasimare nel contrasto, ma per credere ancora di più, immensamente di più,
nell’amore perfettissimo, assoluto di Dio. Molte volte, moltissime volte, Maria
recitò il salmo 102,
dove pregando si dice:
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Certamente fece sue queste parole, che sono così in
parallelo con quelle che le uscirono dal cuore nel Magnificat, e la sostennero.
Quando i discepoli, storditi e sbalorditi dagli eventi della condanna a morte
di Gesù, si rifugiarono chi in un luogo chi in un altro, Giovanni andò dalla
Madre, che era a Gerusalemme con il gruppo delle donne che avevano seguito Gesù
dalla Galilea per “servirlo”. Esse lo “servirono” avvicinando le
donne ebree, per annunziare loro la presenza del Messia.
Un regime epidemico di sospetto alla tresca e
all’adulterio faceva sì che le donne non potessero essere facilmente avvicinate
dai discepoli, e così si rendesse necessario quel gruppo di donne galilee, che
“servivano Gesù” preparando la strada al contatto con lui e con i
discepoli. La decisione di salire sul Golgota, Giovanni la prese dalla
decisione della Madre. Maria andò lassù: andò lassù, non per essere
spettatrice, ma protagonista; non solo per confortare il Figlio, ma per
soffrire con lui. Era la vigilia di un sabato, il 14 di nisan, che era il
settimo mese del calendario ebraico. Era circa l’ora terza quando lo
crocifissero: l’ora terza è il nostro mezzogiorno.
Il sole accecante di quell’ora, che aveva colpito Gesù
lungo il tragitto doloroso (doloroso, perché era già stato crudelmente
flagellato; doloroso, perché su di lui gravava il peso della croce; doloroso
per gli insulti) scompariva sotto un cumulo di nubi che rendevano sempre più
buia ogni cosa. Gesù venne fissato alla croce con chiodi e non con legature di
corde, come a volte avveniva. L’episodio dell’incredulità di S. Tommaso ce ne
dà precisa notizia: Tommaso voleva mettere il dito nel buco dei chiodi. I
chiodi vennero infissi nei polsi, come si ricava dal documento dell’uomo della
Sindone, che proviene con certezza dalla Palestina. La chiodatura ai polsi
aveva lo scopo di impedire che il crocefisso si staccasse dalla croce per
lacerazione dei fori. I crocefissi venivano denudati completamente, ma i giudei
avevano ottenuto che rimanessero vestiti lungo il cammino al supplizio e
avessero un perizoma sulla croce.
I contemporanei, i romani, definivano la crocefissione il
supplizio più tetro e orribile.
Gesù rimase in croce dall’ora terza all’ora sesta (le
nostre tre pomeridiane). Maria, per tutto quel tempo, restò sempre presente,
attanagliata da un dolore immenso, senza confine. Colui chela Scrittura
definiva con precisione profetica “il più bello fra i figli dell’uomo” (Ps 44), per la
flagellazione, la crocefissione, le pietre che gli erano state lanciate, la
corona di spine, la polvere e le contusioni avute nelle cadute, non aveva più “né
apparenza né bellezza” (cfr. Is. 53,2).
Dopo che i soldati tirarono a sorte la veste di Gesù,
Gesù si rivolse a lei: “Donna, ecco il tuo figlio”; poi si rivolse a Giovanni: “Ecco tua
Madre” (Gv. 19,26).
Dopo aver donato tutto agli uomini, anche la sua
santissima Madre, il dolore lo attanagliò ancor di più: il silenzio del cielo,
la consapevolezza che per milioni e per milioni di uomini la sua morte sarebbe
stata vana perché avrebbero rifiutato l’infinito dono della redenzione, lo
stritolava, lo consumava.
Un salmo affiorò sulle sue labbra, il salmo 21: è un salmo di
sofferenza e di apertura a Dio nello stesso tempo. Pronunciò solo i primi
versetti, poi non ebbe più la forza di muovere le labbra. Disse solo: “Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato…”.
Di lì a qualche minuto, emise un alto grido e spirò.
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