E’ il vangelo di Giovanni che ci presenta le nozze di
Cana, dove c’era la Madre di Gesù. L’episodio delle nozze di Cana contiene la
realtà dell’unione di Maria con Cristo nell’opera della salvezza.
Cana di Galilea era un villaggio
che distava una quindicina di km. da Nàzaret. Là Maria era stata invitata ad
una festività nuziale, certamente per via di parentela.
In quella festa Maria, aveva
presente, più che mai, le parole del Figlio al momento del ritrovamento nel
tempio: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose
del Padre mio?” (Lc 3,49).
Le erano presenti, più che mai,
perché già vedeva formarsi attorno al Figlio un primo gruppo di discepoli, e
già lo aveva visto lontano da lei per molto tempo quando andò al Giordano e poi
nel deserto. Maria sentiva che doveva essere lei a dire addio all’intimità
della vita di Nàzaret.
I miracoli Dio non li fa mai senza
ragione, per pura dimostrazione; ma li compie in connessione ad un concreto
bene per l’uomo. La realtà concreta delle nozze di Cana era che mancava ormai
il vino e perciò c’era la minaccia di una cattiva figura degli sposi: essi
avrebbero ricevuto il rimprovero di non aver pensato a tutti gli imprevisti o,
peggio, di essere stati avari. Se si pensa che l’insieme del banchetto era
detto -con termine molto popolare- “la bevuta”, si vede come la figura
degli posi sarebbe stata pessima. Maria, pratica e attenta alle cose, vide
subito che stava per mancare il vino e a quale cattiva figura erano esposti gli
sposi; così, rivolgendosi a Gesù, disse: “Non hanno più vino” (Gv 2,3).
Il palpito che c’era nel cuore di Maria era però più profondo che per la
cattiva figura degli sposi: era per dare il suo sì alla vita pubblica del
Figlio. Un miracolo, infatti, lo avrebbe manifestato dinanzi a tutti. Gesù
rispose a Maria, responsabilizzandola pienamente con queste parole: “Che ho
da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora” (Gv 2,4). In altre
parole, Gesù le diceva: “Madre, tu vuoi che io compia un miracolo; ma questo
mi manifesterà, e tra me e te dovrà cessare la tranquilla intimità di Nàzaret.
Le tue parole fanno cessare la sottomissione che ho avuto a te a Nàzaret e
inaugurano pienamente quella indipendenza che io dimostrai quando andai al tempio.
Tu “donna” sarai mia collaboratrice nella fede, ma devi comprendere fino in
fondo che quanto mi chiedi affretta la mia ora, cha sarà anche la tua”.
Maria, corrispondendo con tutta se
stessa, e con gioia, disse: “Fate quello che vi dirà” (Gv 2,5).
Il vangelo riporta la frizzante e
smaliziata lode del capo della mensa -l’architriclino- che, chissà come se la
sarebbe presa con gli sposi, se fosse mancato il vino. “Come ebbe assaggiato
l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse
(ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli
disse: <Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’
brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino
buono>” (Gv 2,9). Da quel momento, Gesù incominciò il suo itinerario di
vita pubblica.
Maria rimase lontana da Gesù?
Rimase ferma a Nàzaret? I vangeli di Matteo, Marco e Luca ci dicono di no. “Mentre
egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando in
disparte, cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: <Ecco di fuori tua
madre e i tuoi fratelli che vogliono parlarti>. Ed egli, rispondendo a chi
lo informava disse: <Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?>. Poi
stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: <Ecco mia madre ed ecco i
miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli,
questi è per me fratello, sorella e madre>” (Mt 12,46; Mc 3,31; Lc
8,19). Queste parole Gesù le disse in una località poco distate da Gerusalemme.
Viene da pensare se le parole che Gesù disse in quell’occasione oscurano la
Madre. A prima vista, infatti, sembrerebbe ferire gli intimi legami
intercorrenti tra lui e lei, ma ad una attenta riflessione, si rivelarono come
la loro difesa. Quelle parole difendevano la sua identità divina e affermavano
che la Madre era diventata tale perché aveva accolto la volontà di Dio.
Quell’interlocutore tentava di abbassare la sua persona, che si manifestava con
tutta chiarezza divina, al solo livello umano. A Nàzaret i suoi compaesani
arriveranno all’estremo nel misconoscere la sua persona: “Non è egli forse
il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria?” (Mt. 13,55; Mc. 6,13; Lc. 4,22).
Gli uomini ciechi, nella loro
volontà di seguire il male, non credevano; ma coloro che con umiltà cercavano
il vero e aspettavano il Messia non mancavano di credere alla sua divinità. Gli
stessi testi sacri del Vecchio Testamento, seppure velatamente, la
presentavano. Un giorno Gesù presentò ad alcuni farisei le parole iniziali del
salmo
109:
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Gesù disse che, se Davide chiamava
Signore il Messia, doveva avere un carattere superiore a lui. In tal modo, Gesù
presentava la sua persona divina a quel gruppo chiuso a lui.
Vari erano i testi del Vecchio
Testamento che suggerivano -anche se non la proclamavano- la divinità di Cristo
e che potevano rendere certi tutti, di fronte al fatto che Gesù si presentava
figlio di Dio e Giovanni il Battista lo presentava tale. Giovanni dirà: “Io
ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).
Così il profeta Isaia (Is 7,14) aveva parlato di Emmanuele, che significa “Dio o noi”. Ancora Isaia aveva detto: “Poiché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue
spalle è il segno della sovranità ed è chiamato: Consigliere ammirabile, Dio
potente, Padre per sempre, Principe della pace” (Is 9,5). Il profeta Michea aveva detto di lui: “Le sue origini sono dall’antichità, dai
giorni più remoti” (Mi. 5,1). Il
profeta Geremia aveva detto: “Nei
suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora; questo
sarà il nome con cui lo chiameranno: Signore-nostra-giustizia” (Ger 23,6).
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