Gesù, scendendo nelle acque del
Giordano per ricevere da Giovanni Battista il battesimo, compì una giustizia,
come si legge nel vangelo di Matteo: ”Sono io che ho bisogno di essere battezzato da
te, e tu vieni da me? Ma Gesù gli rispose:
<Lascia fare per ora, poiché conviene che adempiamo ogni
giustizia>” (Mt 3,13). Il battesimo di Giovanni - si sa - non conferiva la grazia, ma era solo un segno
di conversione, un potente richiamo a porsi nell’obbedienza a Dio. Gesù non
aveva assolutamente bisogno di conversione: volle il battesimo di Giovanni per
porsi dinanzi al Padre in un totale spirito di obbedienza, nella prospettiva
della sua futura immolazione. Giovanni lo vedrà in questa luce quando dirà: “Ecco
l’agnello di Dio” (Gv 1,36).
Compiere la giustizia è fare la
volontà di Dio: Gesù così, scendendo nelle acque del Giordano, fa la volontà
del Padre che aveva stabilito le modalità della manifestazione pubblica del
Figlio. La giustizia compiuta da Gesù diede ad Israele gli elementi di
riconoscimento dell’identità della sua persona: “Quando tutto il popolo fu
battezzato, e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera,
il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come
di colomba, e vi fu una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l'amato: in
te ho posto il mio compiacimento” (Lc 3,21).
Gesù sempre ha compiuto “ogni
giustizia”: è per compiere
“ogni giustizia” che rimase “sottomesso” a Giuseppe e a Maria,
dando, per questa sottomissione, infinita gloria a Dio.
Il vangelo di Luca ci dice: “Scese
dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva
tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti
a Dio e agli uomini” (Lc 2,51). Queste parole ci dicono che egli non uscì
dalle regole della sua età, come fece quando andò al tempio e stupì i più alti
dottori. Gesù, pur avendo ogni scienza, voleva lo stesso acquisire da Maria e
da Giuseppe, e, per questo, “cresceva” in sapienza e cresceva in grazia
davanti a Dio. Cresceva in grazia, non perché egli non avesse già la più
assoluta pienezza della grazia nella sua anima, che anzi aveva pure quella luce
di gloria per la quale si accede in cielo alla visione dell’essenza divina; ma
cresceva in grazia davanti a Dio nel senso che, con la sua sottomissione a Giuseppe e a Maria, dava gloria senza
misura a Dio, e questi in lui si compiaceva. In Gesù, solo il corpo aveva
bisogno di raggiungere la perfezione della gloria, e questa la ebbe nella
risurrezione. Su Gesù, al Giordano, scese lo Spirito Santo in “apparenza
corporea, come di colomba”, a manifestazione della sua identità, non a
crescita della sua grazia, a consacrazione regale: consacrazione regale che lo
pose, lui che era re per natura, re per investitura; seguirà la conquista che
si compierà nel sangue della croce. In Israele l’investitura regale avveniva
per mezzo di un’unzione. Qui l’unzione avvenne nella letizia delle parole: “In
te mi sono compiaciuto” e nel segno della colomba che manifestò a Israele
che su di lui era lo Spirito del Signore.
Subito dopo la tentazione del
deserto, che avvenne immediatamente dopo il battesimo, il vangelo di Luca pone
la dichiarazione che Gesù fece nella sinagoga di Nàzaret, dove - citando la
profezia di Is 61,1-2 - si dichiarò il Messia: “Venne a Nàzaret, dove era
cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì
il rotolo e trovò il passo
dove era scritto:
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Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e
sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora
cominciò a dire loro: ‹Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete
ascoltato›” (Lc 4,16 ss.).
Ma il Messia, il “Servo di Jahwè”, non era solo
per i confini di Israele, e ciò proprio per il suo essere servo.
Nel libro del profeta Isaia, era scritta questa decisione
di Dio: “E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di
Giacobbe e ricondurre i superstiti d'Israele. Io ti renderò luce delle
nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra” (Is
49,6).
Un giorno una donna straniera - una Cananea - si mise a gridare:
“Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata
da un demonio” (Mt 15,21). Gesù le rispose di non essere stato mandato che
alle pecore perdute della casa di Davide. La Cananea ebbe fede ed ottenne il
beneficio. In tutto l’episodio della Cananea, c’è una realtà profonda che si
trova sviluppata nella lettera di S. Paolo ai Galati: “Perché in Cristo Gesù la
benedizione di Abramo passasse ai pagani” (Gal 3,14), e ancora: “I figli
di Abramo sono quelli che vengono dalla fede” (Gal 3,7). La Cananea ebbe
fede, ma l’autore della fede le stava dinanzi. Era lui che, nell’ineffabile
unione con il Padre, nell’obbedienza al Padre, nella volontà di compiere la
suprema obbedienza nella morte di croce, la chiamava a sé, perché questa era la
volontà del Padre: “E’ troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le
tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d'Israele” (Is 49,6).
Sulla cima del Calvario, egli, confitto in croce, attirò
a sé tutti gli uomini: per quella morte divenne luce delle nazioni e salvezza
sino ai confini della terra.
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