Nel 750 di Roma, Erode morì, e la
Sacra Famiglia ritornò dall’Egitto e dimorò a Nàzaret: Gesù aveva circa due
anni. Il vangelo di Luca non ha la vicenda della fuga in Egitto. Dalla
purificazione al tempio passa a Nàzaret: “Quando ebbero adempiuto ogni cosa
secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret” (Lc 2,39). I fatti della fuga in Egitto restano inespressi
nell’ambito del viaggio a Betlemme per il censimento.
Il vangelo di Luca presenta,
subito dopo il ritorno a Nàzaret il ritrovamento di Gesù al tempio. A volte,
nella presentazione dei misteri del rosario, si sente parlare in maniera
inesatta di “smarrimento” di Gesù”: Giuseppe e Maria, infatti, non
furono negligenti nei confronti del Figlio. Il fatto è che le carovane dei
pellegrini a Gerusalemme erano suddivise in carri per le donne e carri per gli
uomini, e tale divisione rimaneva durante la notte, con la possibilità
naturalmente di un incontro al mattino per la colazione; i fanciulli potevano
stare sui carri delle madri durante il viaggio. Gesù perciò, durante la notte
antecedente alla partenza da Gerusalemme, era nel settore degli uomini, con
Giuseppe. Giuseppe, non vedendolo la mattina, pensò che fosse andato dalla
Madre, e la Madre pensò che fosse con Giuseppe; così avvenne che fecero una
giornata di viaggio credendolo nella carovana. La causa non fu dunque uno
smarrimento, ma una scelta precisa di Gesù, il quale, al mattino della partenza,
invece di partire con la carovana, andò al tempio per rivolgersi ai dottori.
Dopo tre giorni di ricerche, Maria e Giuseppe lo trovarono nel tempio, seduto
in mezzo ai dottori: Gesù aveva 12 anni. Al vederlo, restarono stupiti e,
certamente non davanti ai dottori, Maria gli disse: “Figlio, perché ci hai
fatto questoì? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo” (Lc 2,48).
Nessuna imperfezione in quel “perché” pieno di diritti materni ma solo
una domanda di spiegazione a quel dolore angoscioso, provato in quei tre giorni
di ricerca. Gesù, maestro della Madre e di Giuseppe, disse: “Non sapevate
che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
Era vero: Maria e Giuseppe
sapevano che il profeta Malachia aveva detto: “Subito entrerà nel suo tempio
il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza che voi sospirate” (Ml
3,1); ma, in quel momento di dolore, quelle parole non erano affiorate, né Dio
le aveva fatte affiorare: Maria doveva essere preparata al triduo della morte
di Gesù, nel quale rimase sola nel più sconfinato dolore.
Il vangelo di Luca continua
dicendo: “Ma essi non compresero” (Lc 2,50). Il contesto di questo passo
del vangelo ci dice che essi non compresero “come coppia”. Tutto
l’episodio del ritrovamento presenta Maria e Giuseppe come coppia. Come coppia,
non compresero; ma Maria, personalmente, comprese benissimo. L’ “essi non
compresero” dice il fatto che la Piena di Grazia non comunicò
-immediatamente- a Giuseppe la sua comprensione: questo non per una chiusura
egoistica, ma perché Maria non volle, con una rivelazione repentina, “sorpassare”
Giuseppe. Maria sempre rispettò i tempi di crescita dello sposo.
Dopo il ritrovamento, Gesù ritornò
con loro a Nàzaret e “stava loro sottomesso” (Lc 2,51).
Giuseppe morì prima della vita
pubblica di Gesù.
Pensando ai dolori di Maria, si
trascura troppo spesso il dolore che ebbe alla morte di Giuseppe; eppure esso
fu grande. Noi uomini, tante volte gelati nei nostri sentimenti dagli influssi
del razionalismo, che con la pretesa di combattere i mali del sentimentalismo
ha creato mali peggiori, non proviamo più, se non molto raramente, sentimenti
di vera partecipazione ai fatti evangelici.
Tutto schematizziamo in maniera
esasperata e gelida, e sempre più corriamo il rischio di non essere autentici.
Se decidessimo di essere veri, rientrando in noi stessi, supereremmo le nostre
aridità.
Maria era vera e, di fronte alla
morte dello sposo, soffrì grandemente.
Essa ripercorse con il pensiero la
vita trascorsa con lo sposo; ne ammirò più che mai le virtù. Si ricordò del suo
volto smarrito quando la vide tornare da Ain-Karim, il paesello dove abitava
Elisabetta, in stato di evidente gravidanza. (Ain-Karim, “Fontana generosa”,
si trova a 7 km. ad ovest di Gerusalemme: sono poche case immerse in una
refrigerante vegetazione). Ad Ain-Karim Maria ci andò durante l’annuale
pellegrinaggio pasquale a Gerusalemme. Il viaggio era troppo lungo perché
pensasse di farlo da sola. L’evangelista Luca dice: “In quei giorni Maria si
alzò e andò in fretta verso la regione montuoso, in una città di Giuda”
(Lc 1,39).
La montagna è per antonomasia il monte Sion, dove sorgeva
Gerusalemme.
Da Gerusalemme raggiunse Ain-Karim (essendo il tempo
della pasqua che cadeva il 14 di Nisan, che corrisponde al tempo marzo-aprile,
si vede che Maria diede alla luce Gesù nel tempo di dicembre).
Si ricordò l’acutissimo dramma
dello sposo, che non sapeva capacitarsi per quel fatto, e che soffriva al
pensiero che avrebbe dovuto stilare il “libello di ripudio” che
l’avrebbe condotta in tribunale per il giudizio, e poi alla lapidazione. Maria
si ricordò che avrebbe voluto sollevare lo sposo da quel dolore, dicendogli che
la sua gravidanza era opera dello Spirito Santo; ma non riusciva a trovare le
parole, e neppure poteva trovarle: solo Dio poteva rendere intimamente certo dei
fatti Giuseppe, solo Dio poteva aprirgli l’anima ad accogliere lei e il
Bambino.
Si ricordò di come la accolse
gioioso, dopo che l’angelo gli disse in sogno, durante un sonno agitato, al
momento in cui aveva deciso di ripudiarla in segreto: “Figlio di Davide, non
temere di prendere con te Maria, tua sposa, infatti il bambino che è generato in lei
viene dallo Spirito Santo” (Mt 1,20).
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