12° GIORNO
NEI SUOI GIORNI FIORIRA’ LA GIUSTIZIA

 
Maria non visse in un paradiso terrestre, visse nella nostra realtà e, discepola di Cristo, lo seguì lungo il suo duro itinerario. Come si vede dal Magnificat, Maria era piena di pensieri di gioia, per l’avvenuta incarnazione del Verbo nel suo seno, di riconoscimento dell’opera dell’Onnipotente, con la quale rovesciava i potenti dai troni e innalzava gli umili. Così erano vivi, nel suo cuore umile e orante, i salmi più squisitamente messianici, in particolare certamente il salmo 71,7-11:
“Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.
A lui si pieghino le tribù del deserto,
mordano la polvere i suoi nemici.
I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti”.
Nella grotta di Betlemme, dopo il parto verginale, dopo la presentazione del Bambino a Giuseppe, che era stato estraneo al momento soprannaturale del parto (il vangelo di Luca 2,7 presenta Maria protagonista non solo dell’avvolgere il Bambino in fasce, ma anche del porlo in una mangiatoia), la Vergine umilissima, che nulla pretendeva per sé, guardando ancora allo squallore di quella grotta, intravide l’ingrata accoglienza che sarebbe stata riservata al suo Figlio dagli uomini, e vide affiorare in sé il ricordo delle parole del profeta Isaia che preannunciavano che il Messia sarebbe stato colpito e rifiutato dagli uomini:
 

E’ cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida (…).

Disprezzato e reietto dagli uomini,

uomo dei dolori che ben conosce il patire,

come uno davanti al quale ci si copre la faccia,

era disprezzato e non ne avevano alcuna stima.

Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,

si è addossato i nostri dolori;

e noi lo giudicavamo castigato,

percosso da Dio e umiliato.

Egli è stato trafitto per le nostre colpe,

schiacciato per le nostre iniquità.

Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;

per le sue piaghe noi siamo stati guariti”.

(Is 53,2s).

 

Nel cuore di Maria, alla gioia ineffabile di quel momento, incominciò a mescolarsi il dolore.

Maria non aveva sofferto per nulla nel parto, perché esso avvenne nella sfera del prodigio e ancora perché Maria era immacolata (questo dato dottrinale la Chiesa l’ha voluto presente nella liturgia delle ore. Nel volume I, nelle antifone ai cantici per le celebrazioni vigilari, si ha, per la solennità della SS. Madre di Dio: “Madre castissima e Vergine feconda, intatta hai concepito, senza dolore hai generato il nostro Salvatore”), ma il dolore la visitò ugualmente, dolore che proveniva dalla realtà ostile a Dio, dal mondo. Ma nessuna tristezza in Maria; lei era la Vergine, disposta in tutto e per tutto a fare la volontà di Dio, quella volontà che anche se a volte è dura da compiere, si rivela sempre piena di infinito amore.

Sulla grotta si innalzò il canto angelico, e ben presto umili e buoni pastori riconobbero il Messia Signore. Maria vide la primizia di quel popolo immenso che avrebbe adorato il Messia, e ne gioì, e innalzò a Dio il suo spirito nello slancio di un nuovo Magnificat. Certamente Giuseppe e Maria trovarono aiuto dai pastori. Faceva freddo, perché si era a 770 metri ed era inverno. I pastori, che c’erano ad una certa distanza dal paesello di Betlemme e dovevano stare in aperta campagna sotto un misero riparo, allo sfavillio e alle parole dell’angelo del Signore si mossero pieni di sollecitudine per dare calore e conforto a quel Bambino.

L’ottavo giorno dopo la nascita, il Bambino venne circonciso, secondo la prescrizione della legge (Lv 12,8). In quell’occasione, per consuetudine accettata, veniva imposto anche il nome. Quarantun giorni dopo la nascita come prescriveva la Legge (Lv 12,3), Giuseppe e Maria andarono a Gerusalemme, distante solo 9 km. da Betlemme,  per presentarsi al tempio a compiere il rituale della purificazione della madre e il rituale del riscatto -a ricordo della liberazione dal paese d’Egitto- del primogenito. Per la purificazione e il riscatto, i poveri potevano portare due tortore e due colombi (Lv 12,8).

Nel tempio incontrarono il vecchio e santo Simeone. All’inno di gioia e di benedizione del perseverante uomo di Dio che, riconosciuto il Messia “lo accolse tra le braccia e benedisse Dio” (Lc 2,28), seguirono alcune parole che si stamparono indelebili nel cuore di Maria: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34). La Piena di Grazia aveva già intravisto nella grotta di Betlemme il futuro di dolore del Figlio e perciò suo; ma Dio la volle coscientizzare ulteriormente: la profezia della spada del dolore preparò Maria, giorno dopo giorno, all’ora del Calvario. Le pagine di Isaia sul “Servo di Jahvéh”, che erano state dimenticate dai circoli sadducei e farisei, sedotti dal pensiero di un Messia trionfante in termini terreni, divennero invece le pagine più meditate di Maria.

Di ritorno dal tempio, la Sacra Famiglia andò di nuovo a Betlemme, dove aveva trovato una sistemazione.

I magi, che avevano saputo a Gerusalemme che il luogo della nascita del Messia doveva essere Betlemme, guidati ancora dalla stella, che appariva in visione soprannaturale ai loro occhi, giunsero a Betlemme in un luogo diverso dalla grotta. Il vangelo di Matteo, che riferisce il fatto, dice che entrarono in una “casa”. In quella casa avvenne l’adorazione di Melchior, Gaspar, Balthassar. Questi nomi dei magi si ritrovano in scritti del VII secolo. Certo, prima facevano parte della tradizione orale: numerose infatti sono, nella primitiva arte cristiana, le raffigurazioni dei magi. Essi portarono al divino Bambino doni secondo il costume degli orientali, che facevano doni ai re, nelle visite.

Dalla casa dell’adorazione dei magi, la Sacra Famiglia dovette subito fuggire: un angelo in sogno disse a Giuseppe: “Alzati, prendi con te il Bambino e sua Madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il Bambino per ucciderlo” (Mt 2,13).

La spada del dolore, annunziata da Simeone, non tardava a colpire il cuore di Maria: un viaggio in Egitto era un fatto terribile per quella coppia di sposi poveri, che avevano come unica ricchezza i doni dei magi. Il sentire che si scatenava una persecuzione ferocissima su tutto il territorio di Betlemme nel tentativo di uccidere il Bambino doveva essere schiacciante. Partirono di notte, con poche cose, verso l’Egitto, che, dal 30 a.C. era sotto il dominio di Roma e, avendo un’amministrazione indipendente da quella della Siria-Palestina, era naturale rifugio ai perseguitati ebrei.

 

Preghiera a Maria


Vergine Maria, tu che nulla hai detto contro gli uomini quando sei stata rifiutata nell’albergo; tu che nulla hai detto contro gli uomini quando sei stata costretta a fuggire in esilio; tu che nulla hai detto contro gli uomini sul Calvario, ma hai perdonato, aiutaci a perdonare e ad amare coloro che ci fanno soffrire.

Aiutaci, Vergine Maria, a ringraziare Dio per tutte le cose che ci dona. Tu lo hai ringraziato per il povero asilo della grotta, e noi non lo ringraziamo per le nostre case così comode: aiutaci, Maria, a vincere la nostra ingratitudine.

 

Recita del rosario