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“E’ cresciuto
come un virgulto davanti a lui
e come una radice in
terra arida (…).
Disprezzato e
reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che
ben conosce il patire,
come uno davanti al
quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e
non ne avevano alcuna stima.
Eppure egli si è
caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i
nostri dolori;
e noi lo giudicavamo
castigato,
percosso da Dio e
umiliato.
Egli è stato
trafitto per le nostre colpe,
schiacciato per le
nostre iniquità.
Il castigo che ci dà
salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe
noi siamo stati guariti”.
(Is 53,2s).
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Nel cuore di Maria,
alla gioia ineffabile di quel momento, incominciò a mescolarsi il dolore.
Maria non aveva
sofferto per nulla nel parto, perché esso avvenne nella sfera del prodigio e
ancora perché Maria era immacolata (questo dato dottrinale la Chiesa l’ha
voluto presente nella liturgia delle ore. Nel volume I, nelle antifone ai
cantici per le celebrazioni vigilari, si ha, per la solennità della SS. Madre
di Dio: “Madre castissima e Vergine
feconda, intatta hai concepito, senza dolore hai generato il nostro Salvatore”), ma il dolore la visitò ugualmente,
dolore che proveniva dalla realtà ostile a Dio, dal mondo. Ma nessuna tristezza
in Maria; lei era la Vergine, disposta in tutto e per tutto a fare la volontà
di Dio, quella volontà che anche se a volte è dura da compiere, si rivela
sempre piena di infinito amore.
Sulla grotta si
innalzò il canto angelico, e ben presto umili e buoni pastori riconobbero il
Messia Signore. Maria vide la primizia di quel popolo immenso che avrebbe
adorato il Messia, e ne gioì, e innalzò a Dio il suo spirito nello slancio di
un nuovo Magnificat. Certamente Giuseppe e Maria trovarono aiuto dai pastori.
Faceva freddo, perché si era a 770 metri ed era inverno. I pastori, che c’erano
ad una certa distanza dal paesello di Betlemme e dovevano stare in aperta
campagna sotto un misero riparo, allo sfavillio e alle parole dell’angelo del
Signore si mossero pieni di sollecitudine per dare calore e conforto a quel
Bambino.
L’ottavo giorno dopo la nascita, il Bambino venne circonciso, secondo
la prescrizione della legge (Lv 12,8). In quell’occasione, per consuetudine
accettata, veniva imposto anche il nome. Quarantun giorni dopo la nascita come
prescriveva la Legge (Lv 12,3), Giuseppe e Maria andarono a Gerusalemme,
distante solo 9 km. da Betlemme, per
presentarsi al tempio a compiere il rituale della purificazione della madre e
il rituale del riscatto -a ricordo della liberazione dal paese d’Egitto- del
primogenito. Per la purificazione e il riscatto, i poveri potevano portare due
tortore e due colombi (Lv 12,8).
Nel tempio incontrarono il vecchio e santo Simeone. All’inno di gioia e
di benedizione del perseverante uomo di Dio che, riconosciuto il Messia “lo accolse tra le braccia e benedisse Dio” (Lc 2,28), seguirono alcune parole che si
stamparono indelebili nel cuore di Maria: “Ecco, egli è qui per la caduta e la
risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima
-, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc
2,34). La Piena di Grazia aveva già intravisto nella grotta di Betlemme il
futuro di dolore del Figlio e perciò suo; ma Dio la volle coscientizzare
ulteriormente: la profezia della spada del dolore preparò Maria, giorno dopo
giorno, all’ora del Calvario. Le pagine di Isaia sul “Servo di Jahvéh”, che erano state dimenticate dai circoli sadducei
e farisei, sedotti dal pensiero di un Messia trionfante in termini terreni,
divennero invece le pagine più meditate di Maria.
Di ritorno dal tempio, la Sacra Famiglia andò di nuovo a Betlemme, dove
aveva trovato una sistemazione.
I magi, che avevano saputo a Gerusalemme che il luogo della nascita del
Messia doveva essere Betlemme, guidati ancora dalla stella, che appariva in
visione soprannaturale ai loro occhi, giunsero a Betlemme in un luogo diverso
dalla grotta. Il vangelo di Matteo, che riferisce il fatto, dice che entrarono
in una “casa”. In quella casa avvenne l’adorazione di Melchior,
Gaspar, Balthassar. Questi nomi dei magi si ritrovano in scritti del VII
secolo. Certo, prima facevano parte della tradizione orale: numerose infatti
sono, nella primitiva arte cristiana, le raffigurazioni dei magi. Essi
portarono al divino Bambino doni secondo il costume degli orientali, che
facevano doni ai re, nelle visite.
Dalla casa dell’adorazione dei magi, la Sacra Famiglia dovette subito
fuggire: un angelo in sogno disse a Giuseppe: “Alzati, prendi con te il
Bambino e sua Madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode
infatti vuole cercare il Bambino per ucciderlo”
(Mt 2,13).
La spada del dolore,
annunziata da Simeone, non tardava a colpire il cuore di Maria: un viaggio in
Egitto era un fatto terribile per quella coppia di sposi poveri, che avevano
come unica ricchezza i doni dei magi. Il sentire che si scatenava una
persecuzione ferocissima su tutto il territorio di Betlemme nel tentativo di
uccidere il Bambino doveva essere schiacciante. Partirono di notte, con poche
cose, verso l’Egitto, che, dal 30 a.C. era sotto il dominio di Roma e, avendo
un’amministrazione indipendente da quella della Siria-Palestina, era naturale
rifugio ai perseguitati ebrei.
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