11° GIORNO
LA DEBOLEZZA DI DIO E’ PIU’ FORTE DEGLI UOMINI

 

Gesù non si è creato un’esistenza d’eccezione, ma ha voluto in tutto condividere la condizione umana, eccetto il peccato.

Poteva apparire al mondo con un corpo già adulto, senza nascere da donna; ma non volle, perché avremmo dubitato che egli avesse una natura umana come la nostra, e così non lo avremmo sentito nostro fratello. Gesù voleva invece essere accolto, voleva accompagnarsi nelle vicende di ogni uomo; così, come ogni uomo volle avere una madre, come ogni uomo volle essere bambino e dipendente da una madre, come ogni uomo volle lavorare, faticare e soffrire, per far sì che, se un uomo subisce calunnia, può trovare che lui pure è stato calunniato; che se è tradito, può sapere che lui pure è stato tradito, e che, se soffre, può sapere che anche lui ha sofferto.

Si rivestì della debolezza di un bambino, per poi, alla fine, rivestirsi dell’impotenza di un condannato. Ma quella debolezza fu la forza con la quale vinse le tenebre. Non a caso l’angelo che diede l’annuncio a Maria si chiamava Gabriele, che significa “fortezza di Dio”: egli annunciava che la debolezza di Dio è più forte della forza degli uomini e del potere delle tenebre. S. Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, dice: “Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,25).

Il Verbo eterno della gloria, incarnandosi, volle pure avere un padre putativo affinché la Madre non fosse riguardata con condanna dagli uomini, perché gli uomini non avessero occasione di rifiutare lui stesso come un illegittimo, e perché la Madre avesse un ministro fedele nelle cose temporali.

Giuseppe, prendendo con sé Maria, fu investito di una paternità ineffabile.

La tradizione, meditando sulle parole che Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo(Lc 1,34) (il presente greco “conosco” è un presente “di durata”, che include la nozione di futuro: non conosco e non conoscerò) ha visto come l’unico loro retroterra fosse un voto di verginità. Senza un voto, non avrebbe ragione di essere. In Israele, il celibato non era visto come un mezzo specifico per servire il regno di Dio.

In Israele, sulla donna che non contraeva nozze, gravava una opinione pesante e offensiva. L’essere nubile era per la donna motivo di pianto (Cf. Gdc 11,34).

Quel voto, ispiratole da Dio, era tuttavia per lei irrinunciabile, e lo fece nel significato di essere tutta di Dio in una totale attesa dei tempi messianici, in una difesa dalla concupiscenza del mondo e addirittura dalla propria, perché Maria, fino al momento dell’annunzio dell’angelo non osò pensare di essere immacolata. Ciò è dimostrato dal turbamento che provò di fronte al turbamento dell’angelo: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te” (Lc 1,28). Il vangelo di Luca continua dicendo: “A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo” (Lc 1,29). Infatti, quel saluto aveva implicanze per la sua umiltà. Maria era vigilante e pensò che quelle parole potevano provenire da uno spirito cattivo; se poi venivano da uno spirito buono, avevano bisogno di spiegazione.

In oriente, l’età maritale per una donna era sui 14 anni; così, a quell’età, Maria venne raggiunta dalla proposta di matrimonio con Giuseppe. Giuseppe accettò il voto di Maria e si impegnò pure lui per la verginità perpetua, senza per questo emettere un voto: fu l’amore a Maria che lo fece “suo castissimo sposo”.

Giuseppe fu il custode integerrimo della Sposa.

I vangeli ci dicono che Maria fu vergine prima del parto, poiché vien detto che Giuseppe e Maria non avevano incominciato la coabitazione quando l’angelo diede l’annunzio a Maria della maternità; ci dicono che fu vergine durante il parto, perché il vaticinio di Isaia, presentato secondo la traduzione greca dei LXX dal vangelo di Matteo (nell’ebraico, in modo del tutto equivalente, si ha “giovane donna”, cioè donna prima delle nozze), dice: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio” (Mt 1,23), cioè sarà la Vergine nel concepimento e sarà la Vergine anche nel parto. Il parto avvenne nel prodigio di un miracolo (Cf. Gv 20,19).

La verginità dopo il parto la si può dedurre dal rispetto che Giuseppe dovette avere per Maria, che aveva fatto voto di verginità e che era stata consacrata da Dio nella divina maternità; tuttavia, il vangelo di Matteo precisa pure la verginità dopo il parto. Nella genealogia di Gesù, il vangelo di Matteo definisce infatti Giuseppe “sposo di Maria” e non marito; ora, nei vangeli sempre la coppia che ha consumato le nozze viene detta marito e moglie.

(Il matrimonio presso gli ebrei avveniva in due tempi. Il primo era costituito dallo sponsale, che veniva detto “la consacrazione” in relazione al fatto che la sposa veniva riservata allo sposo. I due erano lo sposo e la sposa, giuridicamente però erano già detti marito e moglie, come dopo la coabitazione: il contratto poteva essere sciolto solo da un “libello di ripudio”, oppure dalla morte di uno dei due. Tra gli sponsali e le nozze intercorreva usualmente un anno. Le nozze avevano come fatto essenziale la “riunione” dei due sposi nella loro casa, alla presenza di un corteo di amici. Figura caratteristica nei preparativi del matrimonio era “l’amico dello sposo” (Gv 3,29), il paraninfo; egli al sopraggiungere dello sposo si ritirava affinché tutti gli invitati guardassero solo lo sposo).

Maria, inoltre, nella narrazione della fuga in Egitto, è detta non moglie di Giuseppe, ma Madre del Bambino, e così al momento del ritorno dall’Egitto (Mt 2,13; 2,20).

Il dogma sulla perpetua verginità di Maria fu espresso fin nei primordi della Chiesa: lo troviamo infatti nelle varie formule del simbolo apostolico e nel simbolo Niceno-Costantinopolitano. Si deve ancora dire che il vangelo di Luca dicendo: “Diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc 2,7) pone una relazione con la presentazione al tempio dei primogeniti: anche se una donna non aveva altri figli, il primo era sempre detto primogenito, come è attestato da un’iscrizione greca di un cimitero giudaico d’Egitto.

Uno scavo su quelle parole pone, però, in luce un significato superiore. Ecco, S. Paolo nella lettera ai Romani, dice: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito fra molti fratelli” (Rm 8,29); nella lettera ai Colossesi si ha: “Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di coloro che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose” (Col 1,18); nella lettera agli Ebrei, si legge: “Quando invece introduce il primogenito nel mondo” (Eb 1,6). Così il vangelo di Luca vuol dirci subito, nella presentazione della nascita a Betlemme, che il “primogenito” di Maria è unico secondo la maternità fisica, ma non secondo la maternità spirituale. Infine l’espressione “fratelli, sorelle di Gesù” indica solamente i legami di amicizia e di parentela in grado di cugini. L’ebraico e l’aramaico non possedevano il termine cugino, e così veniva usato il termine “fratello” e “sorella” in senso più ampio. Giacomo e Giuseppe sono chiamati “fratelli di Gesù”, mentre risultano chiaramente figli di altra Maria, moglie di Alfeo e di Cleofa (Mt 13,55; 27,56; 10,3; Gv 19,25).

Ancora oggi i parenti, in Sardegna, vengono chiamati “fratili” e, nelle Marche, i cugini vengono detti “fratelli”.

Questo anche nel napoletano.

 

Preghiera a Maria

 

Vergine Maria, Madre nostra, a te ci rivolgiamo perché la nostra vita sia sempre pura e santa. Aiutaci a rivolgere sempre lo sguardo alla vita di Gesù, per sentire la forza del suo esempio, del suo amore per noi. Tu, Maria, che hai dato la carne a colui che in tutto ha voluto essere vicino a noi, dà ora a noi aiuto per seguirlo sempre.

 

Recita del rosario