Gesù non si è creato
un’esistenza d’eccezione, ma ha voluto in tutto condividere la condizione
umana, eccetto il peccato.
Poteva apparire al
mondo con un corpo già adulto, senza nascere da donna; ma non volle, perché
avremmo dubitato che egli avesse una natura umana come la nostra, e così non lo
avremmo sentito nostro fratello. Gesù voleva invece essere accolto, voleva
accompagnarsi nelle vicende di ogni uomo; così, come ogni uomo volle avere una madre,
come ogni uomo volle essere bambino e dipendente da una madre, come ogni uomo
volle lavorare, faticare e soffrire, per far sì che, se un uomo subisce
calunnia, può trovare che lui pure è stato calunniato; che se è tradito, può
sapere che lui pure è stato tradito, e che, se soffre, può sapere che anche lui
ha sofferto.
Si rivestì della
debolezza di un bambino, per poi, alla fine, rivestirsi dell’impotenza di un
condannato. Ma quella debolezza fu la forza con la quale vinse le tenebre. Non a
caso l’angelo che diede l’annuncio a Maria si chiamava Gabriele, che
significa “fortezza di Dio”: egli annunciava che la debolezza di Dio
è più forte della forza degli uomini e del potere delle tenebre. S. Paolo,
nella prima lettera ai Corinzi, dice: “Ciò che è debolezza di Dio è più forte
degli uomini” (1Cor 1,25).
Il Verbo eterno della
gloria, incarnandosi, volle pure avere un padre putativo affinché la Madre non
fosse riguardata con condanna dagli uomini, perché gli uomini non avessero
occasione di rifiutare lui stesso come un illegittimo, e perché la Madre avesse
un ministro fedele nelle cose temporali.
Giuseppe, prendendo
con sé Maria, fu investito di una paternità ineffabile.
La tradizione,
meditando sulle parole che Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo” (Lc 1,34)
(il presente greco
“conosco” è un presente “di durata”, che include
la nozione di futuro: non conosco e non conoscerò) ha visto come l’unico loro
retroterra fosse un voto di verginità. Senza un voto, non avrebbe ragione di
essere. In Israele, il celibato non era visto come un mezzo specifico per
servire il regno di Dio.
In Israele, sulla donna che non contraeva nozze, gravava una opinione
pesante e offensiva. L’essere nubile era per la donna motivo di pianto (Cf.
Gdc 11,34).
Quel voto, ispiratole da Dio, era tuttavia per lei irrinunciabile, e lo
fece nel significato di essere tutta di Dio in una totale attesa dei tempi
messianici, in una difesa dalla concupiscenza del mondo e addirittura dalla
propria, perché Maria, fino al momento dell’annunzio dell’angelo non osò
pensare di essere immacolata. Ciò è dimostrato dal turbamento che provò di
fronte al turbamento dell’angelo: “Rallegrati, piena di grazia: il
Signore è con te” (Lc 1,28). Il vangelo di Luca continua
dicendo: “A queste parole ella fu molto
turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo” (Lc 1,29). Infatti, quel saluto aveva
implicanze per la sua umiltà. Maria era vigilante e pensò che quelle parole
potevano provenire da uno spirito cattivo; se poi venivano da uno spirito buono,
avevano bisogno di spiegazione.
In oriente, l’età maritale per una donna era sui 14 anni; così, a
quell’età, Maria venne raggiunta dalla proposta di matrimonio con Giuseppe.
Giuseppe accettò il voto di Maria e si impegnò pure lui per la verginità
perpetua, senza per questo emettere un voto: fu l’amore a Maria che lo fece
“suo castissimo sposo”.
Giuseppe fu il custode
integerrimo della Sposa.
I vangeli ci dicono che
Maria fu vergine prima del parto, poiché vien detto che Giuseppe e Maria non
avevano incominciato la coabitazione quando l’angelo diede l’annunzio a
Maria della maternità; ci dicono che fu vergine durante il parto, perché il
vaticinio di Isaia, presentato secondo la traduzione greca dei LXX dal vangelo
di Matteo (nell’ebraico, in modo del tutto equivalente, si ha “giovane donna”, cioè donna prima delle nozze), dice: “Ecco, la vergine concepirà e
darà alla luce un figlio” (Mt 1,23), cioè sarà la Vergine nel
concepimento e sarà la Vergine anche nel parto. Il parto avvenne nel prodigio
di un miracolo (Cf. Gv 20,19).
La verginità dopo il
parto la si può dedurre dal rispetto che Giuseppe dovette avere per Maria, che
aveva fatto voto di verginità e che era stata consacrata da Dio nella divina
maternità; tuttavia, il vangelo di Matteo precisa pure la verginità dopo il
parto. Nella genealogia di Gesù, il vangelo di Matteo definisce infatti
Giuseppe “sposo di Maria” e non marito; ora, nei vangeli sempre la
coppia che ha consumato le nozze viene detta marito e moglie.
(Il matrimonio presso gli ebrei avveniva in due tempi. Il primo era
costituito dallo sponsale, che veniva detto “la consacrazione” in relazione al fatto che la sposa veniva riservata allo sposo. I
due erano lo sposo e la sposa, giuridicamente però erano già detti marito e
moglie, come dopo la coabitazione: il contratto poteva essere sciolto solo da un
“libello di ripudio”, oppure dalla morte di uno dei due.
Tra gli sponsali e le nozze intercorreva usualmente un anno. Le nozze avevano
come fatto essenziale la “riunione” dei due sposi nella loro casa, alla presenza di
un corteo di amici. Figura caratteristica nei preparativi del matrimonio era “l’amico dello sposo” (Gv 3,29), il paraninfo; egli al sopraggiungere
dello sposo si ritirava affinché tutti gli invitati guardassero solo lo sposo).
Maria, inoltre, nella narrazione della fuga in Egitto, è detta non
moglie di Giuseppe, ma Madre del Bambino, e così al momento del ritorno dall’Egitto
(Mt 2,13; 2,20).
Il dogma sulla perpetua verginità di Maria fu espresso fin nei primordi
della Chiesa: lo troviamo infatti nelle varie formule del simbolo apostolico e
nel simbolo Niceno-Costantinopolitano. Si deve ancora dire che il vangelo di
Luca dicendo: “Diede alla luce il suo figlio primogenito”
(Lc 2,7) pone una relazione con la presentazione al tempio dei primogeniti:
anche se una donna non aveva altri figli, il primo era sempre detto primogenito,
come è attestato da un’iscrizione greca di un cimitero giudaico d’Egitto.
Uno scavo su quelle
parole pone, però, in luce un significato superiore. Ecco, S. Paolo nella
lettera ai Romani, dice: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto,
li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo,
perché egli sia il primogenito fra molti fratelli” (Rm 8,29); nella
lettera ai Colossesi si ha: “Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa.
Egli è principio, primogenito di coloro che risorgono dai morti, perché sia lui
ad avere il primato su tutte le cose”
(Col 1,18); nella lettera agli Ebrei, si legge: “Quando invece introduce il primogenito nel mondo” (Eb 1,6). Così il vangelo di Luca vuol
dirci subito, nella presentazione della nascita a Betlemme, che il “primogenito” di Maria è unico secondo la maternità fisica, ma non secondo la
maternità spirituale. Infine l’espressione “fratelli, sorelle di Gesù”
indica solamente i legami di amicizia e di parentela in grado di cugini. L’ebraico
e l’aramaico non possedevano il termine cugino, e così veniva usato il
termine “fratello” e “sorella” in senso più
ampio. Giacomo e Giuseppe sono chiamati “fratelli di Gesù”,
mentre risultano chiaramente figli di altra Maria, moglie di Alfeo e di Cleofa (Mt
13,55; 27,56; 10,3; Gv 19,25).
Ancora oggi i parenti, in Sardegna, vengono chiamati “fratili” e, nelle Marche, i cugini vengono detti “fratelli”.
Questo anche nel napoletano.
|