Su Israele, quando nel 63 avanti Cristo giungeva il
potere di Roma trionfante in ogni direzione del mondo, erano già passati
l’impero babilonese, quello persiano, quello siriaco dei Seleucidi, derivato da
quello di Alessandro Magno.
Nel 29 avanti Cristo, il potere di
Roma era passato nelle mani di Cesare Ottaviano Augusto, che fu il primo
imperatore di Roma.
Egli, nel 746 di Roma, aveva
ordinato il censimento di tutto l’impero; tale censimento aveva avuto una prima
conclusione nel 747, ma continuò ancora per qualche anno nelle province. Cesare
Ottaviano ebbe la passione per i censimenti; nel suo testamento si legge che ne
fece tre: uno nel 726, uno nel 746 e uno nel 767.
Nell’anno 746, il potere di Roma
si era affermato sui popoli germanici e, in quella data, Cesare Ottaviano
chiudeva a Roma i battenti del tempio di Giano bifronte, che rimanevano aperti
in tempo di guerra (nei secoli precedenti erano stati chiusi solo due volte).
In quell’anno, in tutta la terra conosciuta vi era assenza di guerra se pur
stabilita per la forza in un potere immenso, che faceva capo alla persona
dell’imperatore, al quale venivano innalzati templi e tributati onori divini.
S. Luca, nel suo vangelo, dice: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto
ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra” (Lc 2,1). Questo censimento è quello del
746, che si concretizzò per la Palestina attorno al 748. Del censimento fu
incaricato il proconsole di Siria, Caio Sentio Saturnino; gli successe
Quintilio Varo attorno al 749. Il censimento fu portato a compimento da Publio
Sulpizio Quirino, che non era proconsole, ma governatore, nel senso di stratega
militare con pieni poteri. Fu proconsole della provincia di Siria subito dopo
la morte di Erode, dal 750 al 753; ritornò ad essere proconsole della Siria dal
759 al 765. Dionigi il piccolo -monaco del VI secolo- datò la nascita di Cristo al 753 di Roma, e così venne fissata a
quella data l’inizio dell’Era Volgare.
Egli,
dal vangelo di Luca al capitolo 3, trasse che Gesù nel quindicesimo anno di
impero di Tiberio Cesare aveva circa 30 anni; ora calcolò il 15° anno di
Tiberio dalla morte di Augusto, che avvenne nel 767, e così arrivò all’anno
783. A questa data sottrasse i 29 anni compiuti di Cristo e arrivò al 753. Ma
questa data, per tutti gli storici, non regge perché Erode il Grande, quello
della strage degli Innocenti, morì nel 750, e Gesù era già nato.
Non è
da pensare che S. Luca, il medico, presenti dei dati non storicamente certi;
infatti il quindicesimo di Tiberio Cesare lo si può fissare a partire dal
momento in cui Tiberio fu associato al potere imperiale da Augusto, il che
avvenne nel 764. Il quindicesimo di Tiberio lo si ha così nel 779. Sottraendo a
questa data i circa 30 anni di Cristo, si arriva al 748.
E’
chiaro, per tutti gli storici, che i dati noti non possono permettere un
calcolo raffinato; tuttavia, si può ben dire che i 33 anni di Cristo presentati
dalla tradizione non sono per nulla storicamente infondati.
Del
censimento se ne conservavano gli atti negli archivi di Roma ancora al tempo di
Tertulliano (c. 160-240 d.C.).
Al
tempo della nascita di Gesù, si aveva così “toto orbe in pace composito”, come
si diceva a Roma. Di lì a poco, nel 9 d.C. -secondo la datazione ufficiale introdotta
da Dionigi il piccolo- le porte del tempio di Giano si riaprirono per la
sollevazione dei popoli germanici.
Quella
pace non era casuale, non era stata operata dalle sole forze umane; ma era
stata operata da Dio, non solo per dare sollievo agli uomini, ma innanzi tutto in funzione di un fatto:
quello della nascita del principe della pace a Betlemme, la città di origine di
Davide. (Il censimento romano permise questo, perché si adattò all’uso orientale
che voleva che un uomo appartenesse alla città di origine del proprio casato,
anche se aveva residenza altrove. Al censimento erano obbligati non solo gli
uomini ma anche le donne, come si ricava da documenti egiziani. Giuseppe era
della stirpe di Davide, come si legge nei vangeli, pure Maria lo era, come si
deduce dalle parole dell’angelo: “Ed ecco,
concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e
verrà chiamato figlio dell’Altissimo; il Signore di Dio gli darà il trono di Davide
suo padre” (Lc 1,31). Il vangelo apocrifo di Giacomo -non eretico-
dice che Gioacchino, padre di Maria, era della stirpe di Davide, e che Anna, la
madre di Maria, era della tribù di Levi. Maria fu loro figlia unica, come si
ricava dallo steso apocrifo. Il Concilio di Trento rifiutò come infondata
l’idea che Gioacchino e Anna avessero altri figli).
Le forze umane si inorgoglirono
per quella pace, ma nel loro orgoglio servirono, senza saperlo, al piano di
Dio. A Betlemme, infatti, subito Gesù verrà riconosciuto quale Messia Signore.
Subito venne riconosciuto come il discendente di Davide, e la sua nascita a
Betlemme divenne un punto fermo della dimostrazione che egli era colui che
Israele attendeva.
Betlemme è a nove chilometri a sud
di Gerusalemme, a 770 metri sul livello del mare. Da Nàzaret a Betlemme si
contano 150 chilometri, e perciò occorrevano vari giorni di viaggio per
giungervi solo un editto poteva far intraprendere quel viaggio a Giuseppe e a
Maia, che ormai stava per dare alla luce Gesù.
Così, per la nascita del Principe
della pace, si ebbe “toto orbe in pace composito”. Quella pace, però,
era solo assenza di guerra; e, se da una parte era occasione ai potenti di
orgoglio smisurato, altri, gli umili, vi vedevano la possibilità di avere pace
duratura sulla terra, pace nel cuore.
Quella pace solo Dio la poteva
dare, e, quando la diede, sorpassò ogni immaginazione.
Le schiere angeliche che avvolsero
i pastori annunziarono loro questa pace: “Gloria Dio nel più alto dei cieli e
sulla terra pace agli uomini, che egli
ama” (Lc 2,14). Quella pace era la pace messianica, era la pace che nasce
dalla riconciliazione dei cuori in Cristo.
Gesù nacque in una stalla, in una
di quelle grotte che, appena fuori Betlemme, servivano per il riparo degli
animali. (Ciò è attestato nel II secolo dal palestinese Giustino e corrisponde
esattamente agli usi locali); nacque in una stalla perché nel “katalyma”
(albergo o meglio caravanserraglio, un edificio quadrangolare, attorno ad
un’area centrale dove stavano i carri) non c’era posto per loro. Il segno
presentato dagli angeli ai pastori che, non distanti dalla grotta, facevano la
guardia al loro gregge (di solito, le greggi rientravano nei villaggi dopo le
prime piogge di novembre, ma non è raro che queste si facciano aspettare fino a
gennaio) fu “un Bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”
(Lc 2,12).
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